
La giudice federale annulla l’accordo fiscale di Trump: «Scopo improprio»
La sentenza smonta l’intesa che garantiva immunità retroattiva al presidente e un fondo da 1,8 miliardi, rinviando gli avvocati agli ordini professionali.
Una giudice federale della Florida ha dichiarato nullo l’accordo con cui il presidente Donald Trump aveva ottenuto dall’Agenzia delle Entrate statunitense (IRS) l’immunità da verifiche fiscali retroattive e la creazione di un fondo da quasi 1,8 miliardi di dollari per presunte vittime di «lawfare». Nella sentenza di lunedì, la magistrata Kathleen Williams ha stabilito che la causa da 10 miliardi intentata a gennaio dallo stesso Trump contro l’IRS era stata avviata «per uno scopo improprio» e in «malafede», poiché il presidente controlla l’agenzia che aveva citato in giudizio, rendendo le parti mai realmente contrapposte. La decisione vieta a Trump, ai suoi familiari e alle sue aziende di richiamare l’intesa in qualsiasi procedimento ufficiale, di fatto azzerandone gli effetti.
Secondo la ricostruzione della giudice Williams – nominata da Barack Obama – la causa non mirava a risolvere una controversia legale, ma a «fornire una patina di legittimità» a un accordo che garantiva immunità a persone ed entità vicine al presidente e destinava miliardi di dollari dei contribuenti a risarcire «danni non definiti dalla legge». L’intesa, negoziata tra gli avvocati personali di Trump e il Dipartimento di Giustizia guidato dal procuratore generale facente funzione Todd Blanche, ex legale del presidente, aveva suscitato critiche bipartisan: esponenti repubblicani l’avevano bollata come un «fondo nero», mentre i democratici parlavano di un tentativo di auto-arricchimento. Il fondo è stato poi abbandonato, ma la clausola di immunità fiscale era rimasta in vigore fino alla pronuncia di Williams, che ha anche rinviato l’avvocato Alejandro Brito all’Ordine della Florida per possibili sanzioni disciplinari e ha disposto l’invio degli atti ai collegi che stanno esaminando la condotta di Blanche e del viceprocuratore Stanley Woodward.
La sentenza giunge a due giorni dall’audizione di conferma di Blanche come procuratore generale permanente, gettando un’ombra sul processo di nomina. Osservatori giuridici statunitensi sottolineano come la decisione rappresenti un raro caso in cui un tribunale federale squalifica un’intera strategia processuale dell’esecutivo per assenza di contraddittorio, riaffermando il principio costituzionale della separazione dei poteri. Al contempo, analisti vicini all’amministrazione denunciano un attivismo giudiziario che ostacolerebbe la legittima difesa del presidente da una fuga di notizie fiscali orchestrata, a loro dire, da un ex funzionario «politicamente motivato».
Per l’Europa e l’Italia, la vicenda assume rilievo nella più ampia riflessione sullo stato di salute delle istituzioni democratiche americane, in un momento in cui l’amministrazione Trump imprime una svolta transazionale alle relazioni transatlantiche. Secondo analisti di Bruxelles, il rafforzamento dei controlli giudiziari interni rassicura gli alleati europei sulla tenuta dei contrappesi istituzionali, ma la rapidità con cui l’esecutivo ha tentato di blindare il presidente da indagini fiscali solleva interrogativi sulla permeabilità dell’amministrazione a interessi personali. La Casa Bianca e il Dipartimento di Giustizia non hanno commentato nel merito, mentre il team legale di Trump ha ribadito che il presidente «continuerà a chiamare a rispondere chi danneggia l’America e gli americani». La decisione è appellabile, ma al momento l’accordo è privo di effetti e i procedimenti disciplinari sono in corso presso gli ordini professionali competenti.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.85 | critical |
|---|---|---|
| Stampa latinoamericana | −0.30 | critical |
| Stampa europea continentale | −0.20 | neutral |
Il giudice parla a nome dello stato di diritto, smascherando l'abuso del sistema giudiziario da parte di Trump.
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