
Trump attacca la Nato sui costi: «999 miliardi spesi, nessun beneficio». Il vertice di Ankara si preannuncia di resa dei conti
Il presidente americano cita cifre cumulative per accusare gli alleati di inadempienza, ma i dati dell’Alleanza mostrano che tutti i membri hanno raggiunto l’obiettivo del 2% del Pil e gli europei stanno colmando i vuoti lasciati dal disimpegno statunitense.
A pochi giorni dal vertice Nato di Ankara del 7 e 8 luglio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rilanciato la sua offensiva contro gli alleati, pubblicando su Truth Social una lista di spese per la difesa che assegna a Washington 999 miliardi di dollari, al Regno Unito 90,5, alla Francia 66,5, all’Italia 48,8 e alla Polonia 44,3, con la Germania e altri «molto più in basso». «Ridicolo», ha commentato, aggiungendo che gli Stati Uniti non traggono «alcun beneficio» dalla protezione offerta. La cifra americana, tuttavia, secondo il rapporto annuale della Nato, rappresenta la spesa cumulativa per la difesa nel periodo 2014-2025, non i soli esborsi destinati all’Alleanza, e include le missioni nell’Indo-Pacifico, in Medio Oriente e la modernizzazione nucleare. Il parametro concordato dai membri resta la percentuale del prodotto interno lordo, e su quel fronte il quadro è radicalmente mutato.
Secondo i dati dell’Alleanza atlantica, nel 2025 tutti i 32 membri hanno raggiunto per la prima volta la soglia del 2% del Pil fissata nel 2014. Gli alleati europei e il Canada hanno aumentato la spesa del 19,6% in termini reali, portandola a 574 miliardi di dollari. La Polonia guida la classifica con il 4,3% del Pil, seguita da Lettonia ed Estonia; la Germania ha incrementato il bilancio di oltre il 20% a 88,8 miliardi di euro, collocandosi al secondo posto nell’Alleanza, mentre l’Italia ha superato il 2% attestandosi al 2,01% con circa 45 miliardi di euro. Nell’ottica di Washington, tuttavia, l’obiettivo del 2% è ormai superato: l’amministrazione Trump chiede che i membri destinino almeno il 3,5% del Pil alla spesa militare e un ulteriore 1,5% alla protezione delle infrastrutture critiche entro il 2035, minacciando altrimenti una riduzione del contributo americano al bilancio comune.
La tensione finanziaria si intreccia con una crisi diplomatica più ampia. Durante la recente campagna militare contro l’Iran, l’Italia ha negato l’uso delle basi in Sicilia per il rifornimento dei velivoli statunitensi, scatenando una dura reazione di Trump, che ha accusato la premier Giorgia Meloni di averlo «pregato» per una foto al G7 – ricostruzione smentita da Palazzo Chigi. Negli ambienti della Nato si osserva che la pressione americana ha prodotto risultati concreti proprio perché i leader europei hanno temuto un disimpegno unilaterale. Il comandante delle forze terrestri statunitensi in Europa, generale Christopher Donahue, rimosso dall’incarico dopo aver elogiato la disponibilità degli alleati, aveva dichiarato che «la Nato è più forte che mai» e che gli europei sono pronti a fare di più. Parallelamente, il generale Alexus Grynkewich ha confermato che gli alleati stanno già colmando la maggior parte delle lacune lasciate dalla riduzione della presenza militare americana.
Sul piano economico, la tesi dell’assenza di benefici per gli Stati Uniti è contestata da analisti transatlantici: gli investimenti incrociati ammontano a circa 7.400 miliardi di dollari, il commercio annuale sfiora i 2.000 miliardi e il mercato europeo della difesa, su cui le imprese statunitensi si stanno posizionando aggressivamente, potrebbe valere 1.140 miliardi entro il 2035. Le basi americane in Europa restano un pilastro della proiezione di potenza globale di Washington. Il vertice di Ankara, che il segretario di Stato Marco Rubio ha definito «probabilmente il più importante della storia dell’organizzazione», affronterà anche il sostegno all’Ucraina, la postura verso la Russia e le tensioni con l’Iran. L’esito determinerà se l’Alleanza si avvierà verso un riequilibrio negoziato o verso una ridefinizione unilaterale dell’impegno americano.
| Stampa iraniana e affini | −0.70 | critical |
|---|---|---|
| Stampa indiana e sudasiatica | 0.00 | neutral |
| Stampa latinoamericana | −0.30 | critical |
L'Iran denuncia la pretesa di leadership morale degli Stati Uniti, ribaltando l'accusa di Trump in un atto di imperialismo.
Si inverte il bersaglio della critica: Trump non accusa gli alleati, ma rivela la natura predatoria della Nato. L'Iran si presenta come vittima esemplare di questo sistema.
Viene omesso il contesto dell'impegno finanziario degli alleati Nato e le ragioni strategiche alla base delle richieste di Trump, sostituite da una lettura puramente ideologica.
L'India registra la tensione tra Stati Uniti e alleati come una normale dinamica diplomatica, senza prendere posizione.
Si adotta un tono descrittivo e si evita qualsiasi giudizio di valore, presentando la vicenda come lontana dagli interessi indiani.
Manca qualsiasi analisi delle implicazioni per l'ordine globale o per la sicurezza dell'Asia meridionale, che pure potrebbero essere toccate da un indebolimento della Nato.
L'America Latina guarda con ironia alla richiesta di Trump, ricordando le proprie esperienze di pressione economica da parte di Washington.
Si utilizza un tono leggero e distaccato, ridimensionando la serietà della disputa e sottolineando l'ipocrisia statunitense attraverso esempi locali.
Non si menziona il contesto di sicurezza collettiva della Nato né il fatto che molti alleati europei hanno aumentato le spese, preferendo una narrazione di sfruttamento unilaterale.
Allarga lo sguardo
Conti pubblici e dati: la nuova disciplina globale tra fisco e algoritmi
4 lingue · 10 testate
Da TechnologyGPT-5.6 e l’agente Work: OpenAI accelera, ma lo scontro legale si inasprisce
7 lingue · 12 testate
Da Science & HealthRiad ridisegna le rotte globali: il corridoio IMEC devia sulla Siria, mentre il Canada riscopre il Golfo
2 lingue · 5 testate