
Trump subordina l’intesa nucleare con Riad all’adesione agli Accordi di Abramo
Il presidente americano condiziona la cooperazione atomica civile alla normalizzazione con Israele, mentre Riad tace e Netanyahu esulta.
A poche ore dalla firma di un accordo di cooperazione nucleare civile tra Stati Uniti e Arabia Saudita, il presidente Donald Trump ha introdotto una condizione che rischia di far deragliare l’intesa: l’approvazione definitiva «dipende interamente dall’adesione dell’Arabia Saudita ai molto rispettati e riusciti Accordi di Abramo», ha scritto su Truth Social. La mossa, non menzionata nell’annuncio ufficiale del Dipartimento dell’Energia, giunge mentre il Congresso si prepara a esaminare il testo e mentre la regione è scossa dal conflitto tra Washington e Teheran.
Secondo fonti vicine all’amministrazione, la Casa Bianca intende così rilanciare il processo di normalizzazione avviato nel 2020, che ha già portato Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan a riconoscere Israele. Riad, tuttavia, non ha ancora commentato la condizione e la sua posizione storica resta ancorata alla richiesta di un percorso credibile verso uno Stato palestinese. L’ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha invece accolto la prospettiva come «un balzo storico per la pace in Medio Oriente», senza però fare cenno al capitolo nucleare.
L’intesa, un cosiddetto “Accordo 123”, aprirebbe alle imprese statunitensi la costruzione di reattori e, secondo indiscrezioni, potrebbe consentire in futuro l’arricchimento dell’uranio sul suolo saudita, sebbene Trump abbia successivamente escluso tale ipotesi. A destare allarme tra gli esperti di non proliferazione europei e statunitensi è l’assenza del Protocollo aggiuntivo dell’Aiea, che garantirebbe ispezioni a sorpresa. Per Bruxelles e per l’Italia, il rischio è duplice: da un lato, un precedente che potrebbe innescare una corsa agli armamenti nel Golfo, con ricadute dirette sulla sicurezza del Mediterraneo allargato; dall’altro, l’instabilità dei mercati energetici, già minacciati dalle minacce degli Houthi di bloccare i porti sauditi.
L’accordo, della durata prevista di trent’anni, è visto da Washington anche come uno strumento per evitare che Riad si rivolga a competitor come Cina o Russia per il suo programma nucleare civile. Il segretario di Stato Marco Rubio ha assicurato che «qualsiasi intesa conterrà garanzie per impedire che venga trasformata in un programma di armamento». Ora il dossier passa al Congresso, che avrà novanta giorni di sessione per esprimersi. Se i legislatori repubblicani dovessero sostenere la linea della Casa Bianca, la partita si sposterebbe interamente sulla disponibilità saudita a compiere un gesto diplomatico che, al momento, appare lontano.
| Stampa israeliana | +0.20 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa arabo levante-Maghreb | −0.50 | critical |
| Stampa russa e CSI | −0.30 | critical |
Israele accoglie con favore la condizione di Trump, ma resta scettico sulla disponibilità saudita a normalizzare senza uno Stato palestinese.
Presentando la normalizzazione come un prerequisito di sicurezza, si legittima la condizione di Trump e si mette in dubbio la serietà saudita.
Il mondo arabo vede la condizione di Trump come un ricatto che rischia una corsa agli armamenti nucleari e mina i diritti palestinesi.
Enfatizzando il rischio di proliferazione e la mancanza di garanzie, si dipinge l'accordo come una minaccia per la stabilità regionale.
Non menziona che la condizione è stata posta dopo la firma dell'accordo, creando confusione e sorpresa.
La Russia osserva con distacco la mossa di Trump, sottolineando il silenzio di Riad e l'incertezza dell'accordo.
Sottolineando il silenzio saudita e l'assenza di dettagli, si crea un'aura di incertezza che indebolisce la credibilità dell'iniziativa americana.
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