
Trump annuncia incontro con Netanyahu: «Sa chi comanda», sullo sfondo le frizioni sull’Iran
Il presidente Usa rivela che il premier israeliano ha chiesto un vertice alla Casa Bianca, mentre le divergenze sulla guerra e sui negoziati con Teheran logorano l’alleanza.
L’annuncio del presidente americano Donald Trump — secondo cui il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha sollecitato un incontro alla Casa Bianca, possibile già la prossima settimana — è stato accompagnato da una formula carica di implicazioni: «Sa chi comanda». Parole che, nella loro ruvida franchezza, disegnano la relazione asimmetrica tra i due alleati mentre la regione tenta il delicato passaggio dal conflitto al negoziato. L’incontro, il primo dopo il vertice di febbraio in cui Netanyahu presentò il piano per l’attacco congiunto contro l’Iran, dovrebbe tenersi dopo il vertice Nato in Turchia (7-8 luglio); fonti israeliane, tuttavia, indicano l’eventuale slittamento alla settimana successiva per ragioni di agenda.
Secondo analisti mediorientali, l’uscita di Trump svela una dinamica di potere venata di crescente insofferenza. I consiglieri più vicini al presidente, rivela una fonte dell’amministrazione, ritengono Netanyahu «in errore su tutto»; lo stesso Trump lo avrebbe definito «pazzo» durante un colloquio telefonico, accusandolo di ingratitudine dopo l’escalation militare israeliana in Libano. La sequenza delle frizioni, dalle operazioni in Libano alla firma del memorandum con l’Iran che Netanyahu avversava, mostra come Washington cerchi di dettare i tempi di una stabilizzazione regionale che Israele, secondo l’ottica di Gerusalemme, minaccerebbe con un protagonismo militare ormai difforme dagli interessi americani. Resta sullo sfondo la fine della guerra, con il cessate il fuoco prorogato da Trump proprio mentre premeva su Israele per ridimensionare la presenza nel sud del Libano.
Sul fronte iraniano, il presidente americano ha dipinto un quadro in cui la pressione militare si è tradotta in urgenza negoziale: «Supplicano per un accordo», ha detto, aggiungendo che entrambe le parti hanno sospeso per una settimana i colloqui in coincidenza con i funerali della Guida suprema Ali Khamenei. Fonti diplomatiche suggeriscono che il prossimo round di trattative, atteso in Pakistan l’11 luglio, toccherà le sanzioni, i fondi congelati e il nucleare. La parentesi dei funerali, con Tajome si è detto sorpreso dai cortei di cordoglio insinuando «lacrime fasulle», diventa un osservatorio sulla resilienza del sistema teocratico, proprio mentre il controllo dello Stretto di Hormuz serve a Teheran come moneta di scambio.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il consolidamento del negoziato con l’Iran rappresenta una priorità strategica: la distensione ridurrebbe il premio sul rischio energetico e allontanerebbe un conflitto che ha già mostrato di poter incendiare il fianco sud della Nato. Il vertice dell’Alleanza a Istanbul, in assenza di un orizzonte chiaro sulla guerra, diventerà inevitabilmente anche un banco di prova per misurare la tenuta della sintonia euro-atlantica sulle modalità di uscita dal conflitto.
Al momento, le agende diplomatiche convergono su due appuntamenti ravvicinati: l’incontro Trump-Netanyahu, presumibilmente dopo l’8 luglio, e la ripresa dei colloqui con l’Iran a metà mese. In attesa di conferme, la dinamica affiora con nettezza: l’asse Washington-Gerusalemme resta solido nella sua architettura di fondo, ma le crepe tattiche mostrano come il “capo” americano intenda dosare il sostegno per orientare il proprio alleato verso un dopoguerra negoziato.
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La stampa israeliana riporta la dichiarazione di Trump con tono misurato, sottolineando che Netanyahu ha richiesto l'incontro ma che i tempi sono incerti. Alcuni articoli ricordano le recenti tensioni tra i due leader, ma senza condannare apertamente le parole di Trump. L'enfasi è sulla possibile visita e sulle relazioni bilaterali.
La stampa iraniana presenta la dichiarazione di Trump come un atto di arroganza, inserendola nel contesto delle celebrazioni funebri per la guida suprema. Il tono è di condanna, con riferimenti al 'regime sionista' e alla manipolazione americana. Viene evidenziato il dolore del popolo iraniano e la sospensione dei negoziati come segno di rispetto.
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