
Trump ammorbidisce i toni su Cuba e rivendica il controllo dello Stretto di Hormuz
Durante un discorso in North Dakota, il presidente americano ha collegato il calo del prezzo del petrolio alla riapertura del passaggio strategico e ha sorprendentemente dichiarato che l’Avana si sta avvicinando all’orbita statunitense.
In un unico intervento nel Dakota del Nord, Donald Trump ha intrecciato tre teatri di crisi – Iran, Venezuela e Cuba – offrendo una narrazione di successi e un inatteso cambio di registro proprio sul fronte caraibico. Parlando all’inaugurazione della Biblioteca presidenziale Theodore Roosevelt, il presidente ha affermato che il prezzo dei carburanti «sta crollando come un sasso» perché le petroliere stanno «uscendo dallo Stretto di Hormuz in numeri mai visti prima», un’affermazione che, secondo fonti dell’amministrazione, segnalerebbe il ripristino della libertà di navigazione dopo settimane di tensione con l’Iran. Subito dopo, ha rivendicato il buon esito dell’operazione che ha portato all’arresto di Nicolás Maduro in Venezuela e ha aggiunto: «Stiamo facendo altrettanto bene con l’Iran, forse ne avete sentito parlare».
Il passaggio più commentato, tuttavia, riguarda Cuba. «Dopo molti, molti decenni, si sta avvicinando alla nostra orbita», ha dichiarato Trump, abbandonando la retorica delle minacce di cambio di regime che aveva caratterizzato i mesi precedenti. Nell’ottica di Washington, l’avvicinamento sarebbe il frutto di una pressione economica e militare senza precedenti: dall’embargo petrolifero totale imposto a gennaio, che ha gettato l’isola in una crisi energetica con blackout quotidiani, alle sanzioni personali contro la dirigenza politica e militare, fino alla presenza della portaerei USS Nimitz nelle acque caraibiche. A questo quadro si aggiungono le riforme economiche di impronta capitalista approvate dal governo di Miguel Díaz-Canel, lette da analisti statunitensi come un cedimento alla pressione esterna e un tentativo di emulare il “modello Vietnam” per scongiurare il collasso sociale.
Da Bruxelles e da Roma, l’accenno alla riapertura dello Stretto di Hormuz viene osservato con attenzione per le sue immediate ricadute sui mercati energetici. Un allentamento delle tensioni nel Golfo Persico, se confermato, contribuirebbe a calmierare le quotazioni del greggio, offrendo un parziale sollievo alle economie europee ancora esposte all’inflazione importata. Tuttavia, fonti diplomatiche europee invitano alla cautela: non vi sono al momento verifiche indipendenti sul reale deflusso di naviglio dallo stretto, e la situazione militare nella regione resta opaca. Sul fronte cubano, l’assenza di una risposta ufficiale da parte dell’Avana e la mancata conferma di colloqui bilaterali rendono il gesto di Trump una dichiarazione unilaterale, il cui significato strategico è ancora da decifrare.
Il dossier cubano si trova così in una fase di stallo carico di ambiguità. Mentre l’amministrazione americana continua a inasprire le sanzioni contro entità straniere che operano nei settori energetico e minerario dell’isola, il presidente lascia filtrare l’idea di un’apertura. Secondo osservatori latinoamericani, la mossa potrebbe rispondere alla necessità di mostrare risultati tangibili in un quadrante geograficamente vicino, dopo le difficoltà incontrate sul fronte iraniano. Al momento, non sono stati annunciati passi concreti: né un allentamento delle misure coercitive, né l’avvio di un canale di dialogo. L’evoluzione del rapporto con l’Avana, così come la verifica delle affermazioni sullo Stretto di Hormuz, dipenderanno dalle prossime mosse di Washington e dalla capacità di reazione dei governi interessati.
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I materiali forniti per questo blocco non contengono alcun articolo relativo alla storia su Trump e Cuba. Pertanto, non è possibile analizzare alcuna cornice narrativa.
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