
Trump rivendica forza con l’Iran, ma l’intesa è fragile
Firmato un memorandum, riaperto Hormuz e congelate le ostilità, mentre Washington progetta di usare fondi iraniani per l’export agricolo e Teheran frena.
Il 18 giugno Stati Uniti e Iran hanno siglato un memorandum d’intesa che ha aperto una finestra di negoziati di sessanta giorni, durante i quali si discuterà anche della sorte dei materiali nucleari arricchiti accumulati da Teheran. L’intesa ha prodotto un primo effetto concreto: lo Stretto di Hormuz, via d’acqua strategica per il commercio petrolifero mondiale, è stato riaperto e il transito di greggio ha toccato, secondo Washington, un massimo storico di 19 milioni di barili in un solo giorno. Il presidente Donald Trump, intervenendo a una cena con agricoltori alla Casa Bianca, ha descritto la posizione negoziale americana come «di pura forza», sostenendo che l’Iran sarebbe stato «sconfitto» e ora cerchi un accordo.
Secondo fonti dell’amministrazione statunitense, il memorandum è il frutto di trattative indirette condotte con la mediazione dell’Oman, formato su cui Teheran ha insistito rifiutando contatti diretti. L’intesa sospende le ostilità su tutti i fronti, incluso il Libano, e revoca il blocco navale americano. Tuttavia, all’interno dell’esecutivo di Washington permangono divisioni: il segretario di Stato Marco Rubio e il capo del Pentagono avrebbero espresso dubbi sulla reale disponibilità iraniana a concessioni sul nucleare, mentre altri consiglieri presidenziali difendono il testo. Da Teheran, il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha già dichiarato che il Paese non intende spendere eventuali fondi scongelati per acquistare prodotti agricoli statunitensi, rivendicando la sovranità sullo Stretto e l’intenzione di gestirlo con l’Oman.
Sul piano economico, Trump ha annunciato che gli asset iraniani non più soggetti a congelamento saranno utilizzati per comprare grano, mais e soia dai produttori americani, descrivendo l’Iran come un nuovo, grande mercato di esportazione. Fonti vicine alla Casa Bianca precisano che i fondi, circa 12 miliardi di dollari secondo media iraniani, non transiteranno mai sotto il controllo diretto di Teheran, ma verranno indirizzati a imprese statunitensi per beni approvati, come prodotti agricoli e attrezzature mediche. Il vicepresidente J.D. Vance ha ribadito che lo scongelamento è possibile solo se i capitali non finanziano gruppi filo-iraniani. Bruxelles segue con attenzione l’evolversi del dossier, consapevole che un’eventuale riapertura del mercato iraniano potrebbe ridisegnare i flussi commerciali energetici e agricoli che toccano anche l’Italia, storicamente partner di Teheran prima delle sanzioni.
Il negoziato si inserisce nel solco del fallito accordo JCPOA del 2015, che limitava l’arricchimento dell’uranio al 3,67% e il quantitativo di materiale fissile a 300 chilogrammi, in cambio di un alleggerimento sanzionatorio. Dopo il ritiro unilaterale degli Stati Uniti nel 2018, l’Iran ha progressivamente violato quei paletti, portando l’arricchimento fino al 60% e accumulando scorte ben oltre i limiti. Per gli analisti vicini all’Agenzia internazionale per l’energia atomica, qualsiasi nuova intesa permanente dovrebbe riportare Teheran entro parametri più stringenti di quelli del JCPOA, obiettivo che appare lontano. I colloqui tecnici cominceranno il 30 giugno in Svizzera, sul lago di Lucerna, con delegazioni di alto livello. Il dossier resta aperto e il rischio di un ritorno alla logica militare, evocato da più parti, non è scongiurato.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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La stampa russa riporta in modo neutrale le dichiarazioni di Trump, registrando la sua affermazione di negoziare da una posizione di forza, la riapertura dello Stretto di Hormuz e la prospettiva che l'Iran diventi un mercato per i prodotti agricoli statunitensi. Non viene offerta alcuna valutazione.
La stampa indiana mette in risalto la retorica aggressiva di Trump, citando la sua vanteria di aver 'dato una bella lezione' all'Iran e inquadrando i negoziati come conseguenza di una sconfitta di Teheran. Il resoconto trasmette un tono di allarme per il linguaggio bellicoso.
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