
Trump cancella il pedaggio del 20% sullo Stretto di Hormuz: gli investimenti del Golfo sostituiscono la tassa
Dopo appena ventiquattr'ore, il presidente americano ritira la proposta di far pagare alle navi il passaggio nel corridoio energetico, accogliendo l'offerta dei Paesi del Golfo di compensare la protezione militare con accordi commerciali miliardari.
Donald Trump ha revocato nella serata di martedì l'annuncio, dato appena il giorno prima, di imporre un prelievo del 20% sul valore del carico di ogni nave in transito attraverso lo Stretto di Hormuz. La decisione, comunicata sulla piattaforma Truth Social, sostituisce la controversa tassa con «accordi commerciali e di investimento che i vari Stati del Golfo realizzeranno negli Stati Uniti». Il dietrofront è maturato dopo una serie di telefonate con re, emiri e leader mediorientali, che secondo la Casa Bianca hanno proposto in alternativa di investire miliardi di dollari nell'economia americana. Rimane invece confermato il «blocco totale» per le imbarcazioni dirette o provenienti da porti iraniani, o che trasportino merci legate a Teheran, misura entrata in vigore alle 20:00 GMT di martedì.
La retromarcia presidenziale è stata accolta con sollievo dalle cancellerie europee e dai mercati energetici. Secondo analisti di Bruxelles, l'idea di un pedaggio unilaterale su una via d'acqua internazionale – da cui transita circa un quinto del petrolio e del gas liquefatto commerciati al mondo – aveva suscitato allarme per le immediate ripercussioni sui prezzi del greggio e sulla libertà di navigazione. L'Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) aveva ricordato che il diritto internazionale non consente a un singolo Stato di imporre tariffe obbligatorie per il semplice transito in uno stretto. I grandi armatori, a cominciare dalla tedesca Hapag-Lloyd, avevano bollato la proposta come «fondamentalmente sbagliata», sottolineando l'assenza di investimenti infrastrutturali paragonabili a quelli che giustificano i pedaggi di Suez o Panama. Per l'Italia, che importa via Hormuz una quota rilevante del proprio fabbisogno energetico, il rischio era un nuovo shock sui costi di raffinazione e trasporto.
La genesi della crisi risale alla rottura della tregua tra Washington e Teheran, siglata a giugno e collassata la scorsa settimana con una nuova ondata di attacchi reciproci. Nella prospettiva di Teheran, il memorandum d'intesa le riconosceva il controllo dello Stretto e il diritto di esigere pedaggi; la Guardia rivoluzionaria ha ribadito che non permetterà «ingerenze» americane. Dal canto loro, le monarchie del Golfo – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein e Kuwait – hanno scelto la via della de-escalation finanziaria, offrendo a Trump investimenti «massicci» pur di scongiurare un precedente pericoloso per la libertà dei mari. Secondo fonti diplomatiche regionali, la mossa mira anche a contenere l'instabilità che ha già colpito il traffico petrolifero: negli ultimi giorni, missili iraniani hanno centrato due petroliere emiratine nello Stretto, uccidendo un marittimo, mentre attacchi statunitensi hanno colpito obiettivi costieri iraniani.
La vicenda segna l'ennesimo dietrofront commerciale dell'amministrazione Trump, che già in passato aveva annunciato dazi globali per poi ammorbidirli dopo turbolenze di mercato – un fenomeno che gli operatori finanziari hanno ribattezzato «TACO», acronimo di «Trump Always Chickens Out». Resta ora da verificare la consistenza effettiva degli impegni di investimento promessi dai Paesi del Golfo, che il presidente americano non ha quantificato né dettagliato. Nel frattempo, il blocco navale contro l'Iran rischia di aggravare la crisi umanitaria e di prolungare l'impasse diplomatica, mentre il Consiglio di Sicurezza dell'ONU non ha ancora calendarizzato una riunione d'emergenza sulla nuova fase del conflitto.
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L'Iran resiste all'aggressione americana; il pedaggio è un atto unilaterale che minaccia la stabilità globale. La comunità internazionale respinge questa misura.
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