
Trump a Netanyahu: «Tutti gli ebrei sono stufi di te». La frattura che ridisegna l’alleanza
La telefonata rivelata dal libro 'Regime Change' svela la crisi tra Washington e Tel Aviv, con ripercussioni sulla guerra in Iran, il negoziato nucleare e la politica interna americana.
La pubblicazione del libro «Regime Change» dei giornalisti Maggie Haberman e Jonathan Swan ha reso pubblica una conversazione telefonica del settembre 2025 in cui il presidente statunitense Donald Trump aggrediva verbalmente il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, affermando che «tutti gli ebrei sono stufi di te» e minacciando una «separazione» tra i due Paesi. La rivelazione ha immediatamente inasprito le tensioni già in corso tra le due amministrazioni, proprio mentre Washington tenta di chiudere un accordo provvisorio con l’Iran per porre fine alla guerra avviata a febbraio, e ha offerto argomenti alle correnti del Partito Democratico più critiche verso Israele, rafforzando candidati filo-palestinesi alle primarie di New York.
Secondo fonti vicine all’amministrazione Trump, la frustrazione del presidente nasce dalla percezione che Netanyahu stia deliberatamente ostacolando il negoziato con Teheran, in particolare con i continui attacchi contro Hezbollah in Libano, che avrebbero spinto l’Iran a minacciare di abbandonare il tavolo. Da parte israeliana, l’ufficio del primo ministro non ha commentato direttamente la telefonata, ma in una recente conferenza stampa Netanyahu ha descritto il rapporto con Trump come un’alleanza tra partner che «a volte sono d’accordo, a volte in disaccordo», rivendicando i «grandi risultati» militari contro l’Iran e i suoi alleati. Analisti israeliani sottolineano come il premier si trovi ora schiacciato tra le pressioni di Washington, che vuole disimpegnarsi dal conflitto, e una base interna contraria a concessioni, specie in Libano, in vista delle elezioni d’autunno.
La crisi personale tra i due leader si inserisce in un più ampio riallineamento strategico. Secondo osservatori mediorientali, l’accordo provvisorio tra Stati Uniti e Iran segnerebbe la fine della capacità di Netanyahu di dettare la politica americana verso Teheran, ribaltando la narrativa che per decenni lo ha presentato come l’unico leader israeliano in grado di piegare Washington alle proprie esigenze. Al contempo, il Dipartimento di Stato ribadisce un impegno «ferreo» per la sicurezza di Israele e il diritto all’autodifesa contro Hezbollah, ma fonti diplomatiche europee rilevano come il progressivo logoramento dell’immagine di Israele – alimentato dall’alto numero di vittime civili a Gaza e dall’opposizione alla soluzione dei due Stati – stia erodendo il consenso internazionale e offrendo spazio a movimenti politici che, negli Stati Uniti, adottano una retorica apertamente anti-israeliana.
Sul fronte interno americano, il successo di candidati sostenuti dal sindaco di New York Zohran Mamdani, che non ha mai ritrattato lo slogan «dal fiume al mare», viene letto negli ambienti repubblicani come il segnale di una svolta del Partito Democratico verso posizioni filo-palestinesi, capace di mobilitare l’elettorato giovane ma di alienare la maggioranza dell’opinione pubblica nazionale. In Europa, il deterioramento del rapporto tra Stati Uniti e Israele è osservato con preoccupazione per le possibili ripercussioni sulla stabilità del Mediterraneo orientale e sulla tenuta degli Accordi di Abramo. Al momento, il negoziato con l’Iran procede nonostante le obiezioni israeliane, mentre la leadership di Netanyahu appare sempre più isolata, in attesa di un voto che potrebbe sancire la fine politica dell’uomo che per anni è stato definito «il sussurratore d’America».
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L'incessante bellicismo di Netanyahu e il pesante tributo di vittime civili hanno trasformato Israele in uno stato paria, mentre Trump lo definisce 'pazzo' e prende le distanze. Il costo di 80 miliardi della guerra in Iran e il processo per corruzione minano ulteriormente la sua posizione, lasciandolo politicamente isolato.
L'accordo USA-Iran potrebbe lasciare Netanyahu come la sua più grande vittima, smantellando il suo marchio politico decennale di unico leader israeliano capace di piegare Washington al proprio volere. Gli analisti vedono crollare la sua strategia di pressione militare continua sull'Iran, isolandolo proprio dall'alleato che sosteneva di controllare.
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