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Società e Culturalunedì 22 giugno 2026

Tra tende-forno e onde contese: il mare di Gaza, ultimo respiro

Sulla spiaggia di Gaza City, surfisti con la cera di candela e famiglie in fuga dal caldo trovano nell'acqua inquinata l'unica via di fuga da una guerra senza fine.

Nahed Hamouda, cinquantasei anni, siede davanti alla sua tenda a Gaza City e si fa aria con un pezzo di cartone ondulato. «È come un forno», mormora, mentre il termometro sfiora i trenta gradi già al mattino e dentro i ripari di plastica e stoffa la temperatura diventa intollerabile. Sulla battigia poco distante, alcuni bambini sguazzano nell'acqua torbida e tre giovani surfisti stendono le tavole sulla sabbia, scaldando i muscoli prima di pagaiare oltre la risacca. Wadie al-Ras, trentasei anni, guarda il Mediterraneo e dice: «Il mare è l’unico sfogo che ci resta, da nord a sud. Le tende in cui viviamo dall’inizio della guerra sono un tormento, una morte lenta».

Quasi tutti i due milioni di abitanti della Striscia sono stati sfollati almeno una volta dall’ottobre del 2023, e oggi si ammassano in un corridoio costiero sovraffollato, tra tendopoli improvvisate e palazzi sventrati. Il mare che un tempo era il luogo di relax delle famiglie di Gaza City è diventato un rifugio obbligato, benché le sue acque siano densamente inquinate. «Non è pulita, ci sono le fogne di tutto il mondo», dice Shehab al-Suwaireki, trentasei anni, padre di sei figli, mentre esce dall’acqua con i panni lavati alla meglio. Le infrastrutture idriche sono collassate sotto i bombardamenti: pompe ferme, stazioni di depurazione e trattamento gravemente danneggiate, spiega il portavoce del municipio Husni Muhanna. Eppure, senza un rifornimento regolare di acqua dolce, le famiglie non hanno alternative. «Entriamo, laviamo, ci laviamo e usciamo. Tanto i germi entrano comunque nel corpo», aggiunge al-Suwaireki.

In questo paesaggio di macerie e privazioni, un piccolo gruppo di surfisti cerca nell’onda una parentesi di respiro. Tahseen Abu Assi, ventitré anni, ha imparato dal padre e dal nonno: «Quando prendi un’onda, la cavalchi, ci scivoli sopra, quella sensazione non si può descrivere. Anche con la guerra, i bombardamenti, la distruzione, continuiamo perché questo sport ci fa respirare e ci dà sicurezza». La tregua entrata in vigore nell’ottobre del 2025 non ha spento le violenze: a metà maggio due pescatori sono stati feriti dal fuoco navale israeliano al largo di Khan Yunis, e pochi giorni dopo altri tre sono stati colpiti vicino alla costa di Gaza City. «La situazione è ancora instabile, in qualsiasi momento un proiettile o un esplosivo può caderti vicino», racconta Abu Assi. La scarsezza di attrezzatura ha ridotto la comunità surfistica da diciassette a tre soli praticanti. Abdel Rahim Al-Ustadh, diciannove anni, spalma cera di candela sulla tavola perché la surf wax è introvabile, e custodisce una vecchia tavola rossa e blu come un tesoro: «Perdere una tavola significa rischiare di non poter più continuare». Khalil Abu Jiyab, diciotto anni, surfa da tredici anni e confessa che i suoi sogni sono quasi infranti, ma ancora immagina un giorno di gareggiare fuori dalla Striscia. «A Gaza non c’è nulla da aspettare con speranza, tranne il mare. Senza il mare, la vita sarebbe svanita molto tempo fa».

Dall’Europa, lo sguardo delle organizzazioni umanitarie restituisce la dimensione strutturale di questa emergenza. Secondo un rapporto del Consiglio Norvegese per i Rifugiati (NRC), quasi un milione di civili vive ancora in tende all’inizio dell’estate 2026: circa centosettantamila nuclei familiari in ripari di fortuna, altre cinquemila famiglie all’aperto e cinquantaduemila in alloggi sovraffollati. Ottocentocinquantamila persone mancano di beni essenziali come teli di plastica, compensato e corde. Con temperature diurne che raggiungono i 34,5 gradi e un numero crescente di giorni torridi, il caldo può diventare letale. Jan Egeland, segretario generale dell’NRC, denuncia che «è un oltraggio che le famiglie, dopo mesi di sfollamento e perdite, affrontino l’estate in tende di fortuna perché Israele continua a limitare l’ingresso di materiali per ripari». Le autorità israeliane, tramite il COGAT, rivendicano il coordinamento con le agenzie ONU per facilitare gli aiuti, ma le reti da ombra, i teli e le forniture di base restano in gran parte bloccati. Mentre il piano di pace sostenuto da Washington e dalle Nazioni Unite avanza a rilento, sulla spiaggia di Gaza City un surfista scivola per qualche secondo sulla cresta di un’onda, sospeso tra un cielo bianco di calore e un mare che sa di fogna, prima di tornare a riva, dove la tenda-forno lo attende.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 1 lingue

38%
TonoTemperaturaFocusPosizionamentoOrizzonte
Stampa atlantica / anglosferaStampa europea continentale
Stampa atlantica / anglosfera/ Progressista
UrgenzaVittimismo

Con l'aumento delle temperature estive e la scarsità d'acqua dolce, gli sfollati di Gaza fuggono dalle tende soffocanti verso la costa mediterranea inquinata per lavarsi e fare il bucato. Per alcuni, il surf regala una sensazione di libertà indescrivibile e una breve tregua dalle difficoltà della guerra.

Stampa europea continentale/ Mediterranea
PragmatismoDistacco

Tra le macerie di Gaza, un gruppo di giovani surfisti porta le proprie tavole oltre gli edifici distrutti per trovare conforto tra le onde. Descrivono questo sport come un modo per respirare, una sensazione indescrivibile che li solleva momentaneamente dalla devastazione circostante.

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3 testate|1 lingua|4 min lettura
lunedì 22 giugno 2026

Tra tende-forno e onde contese: il mare di Gaza, ultimo respiro

Sulla spiaggia di Gaza City, surfisti con la cera di candela e famiglie in fuga dal caldo trovano nell'acqua inquinata l'unica via di fuga da una guerra senza fine.

Nahed Hamouda, cinquantasei anni, siede davanti alla sua tenda a Gaza City e si fa aria con un pezzo di cartone ondulato. «È come un forno», mormora, mentre il termometro sfiora i trenta gradi già al mattino e dentro i ripari di plastica e stoffa la temperatura diventa intollerabile. Sulla battigia poco distante, alcuni bambini sguazzano nell'acqua torbida e tre giovani surfisti stendono le tavole sulla sabbia, scaldando i muscoli prima di pagaiare oltre la risacca. Wadie al-Ras, trentasei anni, guarda il Mediterraneo e dice: «Il mare è l’unico sfogo che ci resta, da nord a sud. Le tende in cui viviamo dall’inizio della guerra sono un tormento, una morte lenta».

Quasi tutti i due milioni di abitanti della Striscia sono stati sfollati almeno una volta dall’ottobre del 2023, e oggi si ammassano in un corridoio costiero sovraffollato, tra tendopoli improvvisate e palazzi sventrati. Il mare che un tempo era il luogo di relax delle famiglie di Gaza City è diventato un rifugio obbligato, benché le sue acque siano densamente inquinate. «Non è pulita, ci sono le fogne di tutto il mondo», dice Shehab al-Suwaireki, trentasei anni, padre di sei figli, mentre esce dall’acqua con i panni lavati alla meglio. Le infrastrutture idriche sono collassate sotto i bombardamenti: pompe ferme, stazioni di depurazione e trattamento gravemente danneggiate, spiega il portavoce del municipio Husni Muhanna. Eppure, senza un rifornimento regolare di acqua dolce, le famiglie non hanno alternative. «Entriamo, laviamo, ci laviamo e usciamo. Tanto i germi entrano comunque nel corpo», aggiunge al-Suwaireki.

In questo paesaggio di macerie e privazioni, un piccolo gruppo di surfisti cerca nell’onda una parentesi di respiro. Tahseen Abu Assi, ventitré anni, ha imparato dal padre e dal nonno: «Quando prendi un’onda, la cavalchi, ci scivoli sopra, quella sensazione non si può descrivere. Anche con la guerra, i bombardamenti, la distruzione, continuiamo perché questo sport ci fa respirare e ci dà sicurezza». La tregua entrata in vigore nell’ottobre del 2025 non ha spento le violenze: a metà maggio due pescatori sono stati feriti dal fuoco navale israeliano al largo di Khan Yunis, e pochi giorni dopo altri tre sono stati colpiti vicino alla costa di Gaza City. «La situazione è ancora instabile, in qualsiasi momento un proiettile o un esplosivo può caderti vicino», racconta Abu Assi. La scarsezza di attrezzatura ha ridotto la comunità surfistica da diciassette a tre soli praticanti. Abdel Rahim Al-Ustadh, diciannove anni, spalma cera di candela sulla tavola perché la surf wax è introvabile, e custodisce una vecchia tavola rossa e blu come un tesoro: «Perdere una tavola significa rischiare di non poter più continuare». Khalil Abu Jiyab, diciotto anni, surfa da tredici anni e confessa che i suoi sogni sono quasi infranti, ma ancora immagina un giorno di gareggiare fuori dalla Striscia. «A Gaza non c’è nulla da aspettare con speranza, tranne il mare. Senza il mare, la vita sarebbe svanita molto tempo fa».

Dall’Europa, lo sguardo delle organizzazioni umanitarie restituisce la dimensione strutturale di questa emergenza. Secondo un rapporto del Consiglio Norvegese per i Rifugiati (NRC), quasi un milione di civili vive ancora in tende all’inizio dell’estate 2026: circa centosettantamila nuclei familiari in ripari di fortuna, altre cinquemila famiglie all’aperto e cinquantaduemila in alloggi sovraffollati. Ottocentocinquantamila persone mancano di beni essenziali come teli di plastica, compensato e corde. Con temperature diurne che raggiungono i 34,5 gradi e un numero crescente di giorni torridi, il caldo può diventare letale. Jan Egeland, segretario generale dell’NRC, denuncia che «è un oltraggio che le famiglie, dopo mesi di sfollamento e perdite, affrontino l’estate in tende di fortuna perché Israele continua a limitare l’ingresso di materiali per ripari». Le autorità israeliane, tramite il COGAT, rivendicano il coordinamento con le agenzie ONU per facilitare gli aiuti, ma le reti da ombra, i teli e le forniture di base restano in gran parte bloccati. Mentre il piano di pace sostenuto da Washington e dalle Nazioni Unite avanza a rilento, sulla spiaggia di Gaza City un surfista scivola per qualche secondo sulla cresta di un’onda, sospeso tra un cielo bianco di calore e un mare che sa di fogna, prima di tornare a riva, dove la tenda-forno lo attende.

Divergenza delle fonti

Società e Cultura · 3 testate · 1 lingua

38%Media

Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

Come si dividono

Neutrale25%
Critico75%

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 1 lingue

TonoTemperaturaFocusPosizionamentoOrizzonte
Stampa atlantica / anglosferaStampa europea continentale
Stampa atlantica / anglosfera/ Progressista
UrgenzaVittimismo

Con l'aumento delle temperature estive e la scarsità d'acqua dolce, gli sfollati di Gaza fuggono dalle tende soffocanti verso la costa mediterranea inquinata per lavarsi e fare il bucato. Per alcuni, il surf regala una sensazione di libertà indescrivibile e una breve tregua dalle difficoltà della guerra.

Stampa europea continentale/ Mediterranea
PragmatismoDistacco

Tra le macerie di Gaza, un gruppo di giovani surfisti porta le proprie tavole oltre gli edifici distrutti per trovare conforto tra le onde. Descrivono questo sport come un modo per respirare, una sensazione indescrivibile che li solleva momentaneamente dalla devastazione circostante.

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