
Il paradosso dell’IA: quando l’automazione erode le capacità che vorremmo potenziare
Da Maratea agli Emirati, il dibattito sull’intelligenza artificiale si interroga su come evitare che la delega alle macchine atrofizzi il pensiero critico, mentre nuove ricerche mostrano che è possibile allenare l’occhio umano a riconoscere i deepfake.
Sulla terrazza a picco sul mare di Maratea, durante una masterclass dell’undicesima edizione de “LaRipartenza”, il docente Andrea Imperiali ha descritto un dibattito pubblico che oscilla «tra narrazioni eccessivamente apocalittiche o, al contrario, eccessivamente entusiastiche». Intorno, i partecipanti prendevano appunti mentre il vento muoveva le pagine, e la discussione sull’intelligenza artificiale si intrecciava con il rumore delle onde. Imperiali, membro del Comitato IA di AGCOM, ha insistito sulla necessità di una «visione sistemica» che colleghi gli impatti professionali, culturali ed etici della tecnologia, superando la frammentazione che spesso domina il discorso pubblico.
Quella stessa tensione tra promessa e rischio attraversa le analisi che giungono dall’Argentina. Eduardo Laens, CEO della firma tecnologica Varegos e autore di Humanware, ha coniato un termine che sta facendo breccia nelle discussioni manageriali: deskilling. Descrive il processo per cui un professionista perde gradualmente capacità critiche perché un’intelligenza artificiale svolge al suo posto compiti che un tempo richiedevano giudizio ed esperienza. «Mentre le Risorse Umane investono fortune per sviluppare le competenze del futuro, l’adozione affrettata dell’IA sta erodendo silenziosamente quelle stesse capacità», ha osservato Laens. Il paradosso è che proprio il pensiero critico, la creatività e la resilienza – indicate dal Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum come le abilità più importanti entro il 2030 – sono quelle che rischiano di atrofizzarsi quando i lavoratori delegano sistematicamente il ragionamento ai modelli generativi.
Non tutte le ricerche, tuttavia, raccontano una perdita inesorabile. In Australia, un team dell’Australian National University ha dimostrato che è possibile allenare le persone a riconoscere i volti generati dall’IA con un’accuratezza sorprendente. Invece di cercare un unico indizio rivelatore – il sesto dito, l’orecchino asimmetrico – i partecipanti allo studio sono stati invitati a considerare sei qualità percettive: simmetria, proporzionalità, attrattività, distintività, espressività e memorabilità. «I volti generati dall’IA sono spesso un po’ troppo simmetrici», ha spiegato il dottor James Dunn della UNSW, «e tendono verso tratti medi, rendendoli sorprendentemente difficili da ricordare». L’addestramento ha funzionato: tutti i partecipanti sono migliorati, e i più bravi sono arrivati a individuare un falso quasi ogni volta. Un risultato che suggerisce come la collaborazione tra occhio umano e macchina possa affinare, anziché sostituire, la capacità di giudizio.
La riflessione filosofica non è rimasta ai margini. Dalle pagine di un quotidiano argentino, un commentatore ha evocato Nietzsche e il superuomo per interrogarsi su cosa significhi essere umani di fronte a un’intelligenza che potrebbe superarci, mentre un altro ha richiamato l’avvertimento di Friedrich von Hayek sulla «fatale arroganza» di chi pretende di regolare ciò che ancora non comprende. La stessa Chiesa cattolica, con l’enciclica Magnifica Humanitas del 2026, ha scelto di non offrire risposte tecniche ma di «iniettare discernimento morale perché la tecnologia non disumanizzi la società». Intanto, negli Emirati Arabi Uniti, i giovani stanno affrontando la trasformazione con un pragmatismo che colpisce: secondo Razan Bashiti, CEO di Injaz UAE, «la capacità di trattare un insuccesso come un’informazione utile, e non come un punto d’arresto, è uno dei tratti più incoraggianti di questa generazione».
Sul palco di Maratea, mentre il sole calava e il dibattito si spostava sul rapporto tra industria e Stato, restava sospesa una domanda che nessun algoritmo può risolvere. Non si tratta di scegliere tra apocalisse ed entusiasmo, ma di imparare a convivere con un’intelligenza che amplifica e insieme mette alla prova le nostre facoltà più umane. L’immagine che resta è quella di un gruppo di persone chine sui propri appunti, in riva al mare, mentre cercano di dare un nome a ciò che sta nascendo – e a ciò che, forse, non vogliamo perdere.
| Stampa latinoamericana | −0.70 | critical |
|---|---|---|
| Stampa atlantica / anglosfera | 0.00 | neutral |
| Stampa del Golfo arabo | +0.70 | aligned |
| Stampa europea continentale | +0.10 | neutral |
L'IA sta atrofizzando le competenze dei migliori dipendenti, e la società non è pronta a gestire questa trasformazione.
Si fa leva su un parallelismo storico-filosofico (Nietzsche) per trasformare un problema tecnico in una crisi esistenziale, rendendo la critica più radicale e difficile da confutare.
Non menziona le strategie di adattamento dei giovani o gli approcci proattivi come quelli descritti nel blocco del Golfo.
Si può addestrare le persone a riconoscere i deepfake, e la ricerca sta sviluppando metodi efficaci.
Si riduce il problema a una questione di formazione individuale, evitando di affrontare le responsabilità delle piattaforme o le dimensioni sistemiche.
Non discute le implicazioni più ampie dell'IA sul mercato del lavoro o sulla società, come fanno altri blocchi.
I giovani degli Emirati non temono l'IA, ma la usano per adattarsi e costruire carriere di successo.
Si enfatizza l'agilità e l'adattabilità dei giovani, presentando l'IA come un'opportunità piuttosto che una minaccia, e si cita il WEF per legittimare la narrazione.
Non affronta i rischi di deskilling o di disoccupazione, né le critiche filosofiche presenti in altri blocchi.
L'IA sta trasformando la comunicazione e richiede un'analisi sistemica, non slogan.
Si adotta un tono equilibrato, citando esperti e istituzioni (AGCOM) per posizionarsi come voce autorevole e moderata, evitando estremismi.
Non esprime una posizione netta a favore o contro, ma si limita a invocare consapevolezza, omettendo sia le critiche radicali sia l'ottimismo acritico.
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