
Gli Stati Uniti colpiscono una petroliera che forzava il blocco navale iraniano: Teheran denuncia vittime
La marina americana ha reso inoffensiva la Mt Lavin nel Golfo dell’Oman: è la seconda nave fermata dalla ripresa del blocco. L’Iran parla di due morti e minaccia ritorsioni, mentre Trump rinvia la scelta su raid più ampi.
Il Comando centrale delle forze armate statunitensi (Centcom) ha confermato di aver messo fuori uso la petroliera Mt Lavin, che sotto bandiera non precisata tentava di forzare il blocco navale imposto ai porti iraniani. L’equipaggio, secondo l’account militare americano, avrebbe ignorato plurimi avvertimenti e tentato per quattro volte di superare lo sbarramento: solo allora unità della Marina hanno aperto il fuoco mirando alla sala macchine, senza causare perdite tra i membri dell’equipaggio. Fonti iraniane citate dall’agenzia Fars e dalla tv di Stato Irib forniscono invece un bilancio differente: due uomini sarebbero rimasti uccisi nel corso dell’attacco, condotto – aggiungono da Teheran – con due missili contro un mercantile sospettato di trasportare gas liquido iraniano. È il secondo natante commerciale a essere neutralizzato dalla ripresa del blocco, mentre altre dodici unità sarebbero state dirottate dall’inizio delle operazioni di interdizione.
La strategia del Pentagono, per come delineata da Centcom, punta a strangolare le esportazioni energetiche iraniane senza ricorrere a bombardamenti su larga scala: un «colpo devastante» alla capacità di finanziare i proxy regionali, che avrebbe già generato una paralisi logistica e perdite stimate in quasi cinque miliardi di dollari di greggio intrappolato nel Golfo. Dalla Casa Bianca, il presidente Donald Trump ha rimarcato che Teheran «mostra maggiore serietà» al tavolo negoziale, ma ha al contempo minacciato un livello di violenza «molto più elevato» se non si giungerà a un accordo sul programma nucleare. Lo stesso Trump, stando a indiscrezioni della stampa americana, avrebbe discusso con i consiglieri la possibilità di un’operazione militare di vasta scala, senza tuttavia prendere una decisione finale.
Teheran replica su più piani. Il capo di Stato maggiore Ali Abdollahi ha prospettato l’eliminazione di un militare statunitense per ogni iraniano ucciso da attacchi americani, mentre i Guardiani della Rivoluzione hanno rivendicato azioni di rappresaglia contro basi in Giordania, Iraq, Kuwait e Qatar – inclusi danni a caccia e a una batteria Patriot – finalizzate a dimostrare la capacità di colpire gli interessi Usa nella regione. L’Iran, inoltre, insiste sulla propria sovranità nello Stretto di Hormuz, la cui chiusura parziale è indicata da fonti americane come la causa scatenante della ripresa serrata del blocco il 14 luglio scorso: un braccio di ferro che trasforma la via d’acqua in un’ulteriore leva di pressione nella crisi mediorientale.
Questa escalation marittima si colloca in una sequenza di incidenti che, dai primi fermi di aprile alle azioni contro le petroliere Marivex, Settebello e Jalveer di giugno, ha progressivamente inasprito lo scontro. Per l’Italia e l’Europa, la minaccia alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz – da cui transita una quota rilevante degli approvvigionamenti energetici – rischia di tradursi in ripercussioni sui mercati e sulla sicurezza collettiva del Mediterraneo allargato. Al momento, mentre Washington lascia aperta l’opzione diplomatica, il dossier è in bilico: i canali di colloquio non hanno prodotto uno spiraglio, e il Pentagono subordina la fine del blocco a concessioni «sostanziali» di Teheran sul nucleare. Nessuna scadenza è stata annunciata, ma l’accumularsi di incidenti rende improbabile un allentamento nel breve periodo.
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