
Teheran subordina l’intesa alla reciprocità, il dialogo sul nucleare resta in bilico
Il presidente iraniano Pezeshkian esige che Washington applichi per prima il memorandum del 18 giugno, smentendo l’annuncio di Trump su un incontro immediato a Doha.
La palla diplomatica è tornata nel campo di Washington. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha dichiarato che Teheran onorerà il memorandum d’intesa firmato con gli Stati Uniti il 18 giugno soltanto se la controparte americana rispetterà per prima i propri obblighi. «L’intesa reciproca è una strada a doppio senso», ha scritto su X, precisando che l’Iran affronterà «minacce infondate» con razionalità ma è pronto a «difendersi con decisione» quando necessario. La presa di posizione congela di fatto l’ipotesi di colloqui tecnici immediati, smentendo le affermazioni del presidente Donald Trump, che aveva annunciato un incontro tra le delegazioni a Doha per il 30 giugno e aveva parlato di un via libera iraniano alla denuclearizzazione.
Secondo fonti di Teheran, il nodo centrale è l’attuazione sequenziale degli impegni. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha escluso contatti a breve in Qatar, precisando che i negoziati tecnici non inizieranno finché le clausole chiave del memorandum non saranno state integralmente rispettate. Nell’ottica di Washington, invece, l’incontro di Doha doveva servire proprio a sciogliere i punti controversi, a cominciare dalla sicurezza dello Stretto di Hormuz. La Russia, da parte sua, ha accolto con favore l’intesa, riconoscendo il ruolo dei mediatori pakistani e qatarioti, mentre l’amministrazione Trump insiste nel presentare il processo come un percorso di denuclearizzazione già accettato da Teheran.
Per l’Italia e l’Europa la posta in gioco è duplice: la stabilità del Golfo Persico e la tenuta del mercato energetico. Il memorandum prevede la revoca delle sanzioni petrolifere, lo sblocco dei beni iraniani congelati e la fine del blocco navale dello Stretto di Hormuz, un corridoio da cui transita una quota rilevante del greggio destinato alle raffinerie mediterranee. Un fallimento dell’intesa riaccenderebbe il rischio di interruzioni delle forniture e di una nuova fiammata dei prezzi, con ripercussioni dirette sui consumatori europei. Analisti di Bruxelles osservano che l’Unione, pur non essendo parte diretta dell’accordo, ha un interesse strategico a che il meccanismo di de-escalation regga, dopo le settimane di scontri militari che hanno danneggiato infrastrutture e basi americane nella regione.
Il memorandum, mediato da Pakistan e Qatar, ha posto fine a un ciclo di attacchi reciproci e delinea un percorso in due fasi. Nei primi trenta giorni è previsto un allentamento graduale dei blocchi navali e l’avvio di negoziati per un accordo complessivo, che dovrà concludersi entro il 16 agosto. Tra i punti più delicati figurano la sospensione dell’arricchimento dell’uranio per un periodo compreso tra cinque e quindici anni e il trasferimento all’estero dell’uranio altamente arricchito danneggiato dai bombardamenti. Teheran, secondo quanto ricostruito da fonti regionali, ha accettato il quadro dopo un acceso dibattito interno, con il presidente Pezeshkian che avrebbe convinto la Guida suprema Mojtaba Khamenei della necessità di evitare un aggravamento del conflitto.
Allo stato attuale, il dossier è in una fase di stallo operativo. L’Iran subordina ogni passo successivo alla verifica del rispetto americano degli impegni iniziali, mentre Washington continua a dare per imminente un round negoziale che Teheran nega. I prossimi giorni diranno se l’amministrazione Trump intende fornire le garanzie concrete richieste, a partire dallo sblocco degli asset finanziari e dalla revoca effettiva delle sanzioni, oppure se il fragile castello diplomatico costruito a Islamabad è destinato a sgretolarsi prima ancora di essere messo alla prova.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Teheran insiste sul fatto che qualsiasi accordo con Washington debba basarsi sul rispetto reciproco e su impegni vincolanti per entrambe le parti. Il messaggio del presidente iraniano dipinge gli Stati Uniti come la parte che deve dimostrare per prima il proprio impegno, bollando al contempo le minacce americane come irrazionali. La narrazione attribuisce a Washington l'onere di onorare l'intesa esistente prima di poter procedere con nuovi colloqui.
Da Washington e Teheran emergono affermazioni contraddittorie alla vigilia dei colloqui di Doha: il presidente Trump sostiene che l'Iran abbia accettato la denuclearizzazione, mentre il presidente Pezeshkian subordina il rispetto dell'accordo all'adesione degli Stati Uniti al memorandum del 18 giugno. La cronaca evidenzia il divario tra le due narrazioni senza schierarsi, indicando l'incontro in Qatar come una prova della sincerità di entrambe le parti.
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