
Senegal e Congo riscrivono le regole del potere: parlamenti contro presidenti
Le riforme costituzionali in discussione a Dakar e Kinshasa ridisegnano gli equilibri istituzionali, con possibili ripercussioni sulla stabilità regionale e sui partenariati europei.
La tensione politica in Africa occidentale e centrale si condensa in due processi di revisione costituzionale che, pur con direzioni opposte, mettono in discussione gli assetti di potere. In Senegal, l’Assemblea nazionale ha approvato in prima lettura un progetto di riforma che rafforza i poteri di controllo del Parlamento e vieta al presidente della Repubblica di guidare un partito politico. La seduta è stata sospesa dopo che il deputato d’opposizione Abdou Mbow ha definito «fascisti» i colleghi della maggioranza ed è stato allontanato con la forza dalla sicurezza parlamentare. A Kinshasa, il Senato della Repubblica Democratica del Congo ha adottato un disegno di legge che apre la strada a una nuova Costituzione, azzerando il computo dei mandati presidenziali e consentendo a Félix Tshisekedi di candidarsi per un terzo mandato nel 2028.
Secondo gli analisti politici dell’Africa occidentale, la riforma senegalese riflette la frattura tra il presidente Bassirou Diomaye Faye e il suo ex primo ministro Ousmane Sonko, oggi presidente dell’Assemblea nazionale. Il partito di Sonko, Pastef, dispone di 130 seggi su 165 e ha promosso le modifiche costituzionali che limitano le prerogative del capo dello Stato, incluso il divieto di guidare un partito, misura che colpirebbe direttamente Faye, ancora membro di Pastef. Il governo ha annunciato l’intenzione di sottoporre la riforma a referendum, ma Sonko contesta la legittimità di tale passaggio, sostenendo che la maggioranza parlamentare è sufficiente. Le proteste di piazza e l’uscita dall’aula dell’opposizione segnalano un clima di scontro che, secondo osservatori europei, potrebbe rallentare l’attuazione delle riforme economiche e la cooperazione con l’Unione Africana.
A Kinshasa, la prospettiva di un terzo mandato per Tshisekedi viene giustificata dal governo con la necessità di completare le riforme istituzionali e affrontare la crisi di sicurezza nell’est del Paese, dove il gruppo ribelle M23, sostenuto secondo indagini ONU dal Ruanda, continua a guadagnare terreno. La Conferenza episcopale congolese e la Coalizione per il cambiamento costituzionale denunciano un «colpo di Stato costituzionale», ma non dispongono dei numeri parlamentari per bloccare il processo. Fonti diplomatiche africane sottolineano che un’eventuale crisi di legittimità a Kinshasa rischierebbe di indebolire la posizione negoziale del governo nei forum regionali e di complicare gli sforzi di mediazione internazionale, con ricadute dirette sugli interessi europei, in particolare sulla stabilità dei flussi di materie prime critiche come il cobalto.
Entrambi i processi costituzionali si inseriscono in un contesto di fragilità istituzionale e di sfiducia popolare. In Senegal, la riforma è presentata dalla maggioranza come un rafforzamento della separazione dei poteri, ma l’opposizione la interpreta come una vendetta politica di Sonko dopo il suo allontanamento dal governo. In Congo, il 12% della popolazione dichiara fiducia nei processi elettorali, e il rinvio delle elezioni con la scusa della sicurezza potrebbe, secondo analisti congolesi, spingere parte della società civile verso forme di mobilitazione extra-istituzionali, alimentando ulteriormente l’instabilità. Per l’Italia e l’Europa, partner strategici di entrambi i Paesi, la priorità dichiarata è la tenuta democratica, ma le cancellerie europee osservano con cautela l’evolversi delle crisi, consapevoli che un indebolimento dello stato di diritto potrebbe compromettere gli investimenti e la cooperazione allo sviluppo.
Il dossier senegalese attende ora la convocazione del referendum, senza una data certa, mentre a Kinshasa la commissione giuridica del Senato prosegue l’esame del testo prima del voto finale in aula. In entrambi i casi, il nodo irrisolto resta la legittimità delle procedure e la capacità delle istituzioni di gestire il dissenso senza ricorrere alla forza.
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Il parlamento senegalese ha approvato una riforma controversa per ridurre i poteri presidenziali, scatenando proteste di piazza e un'aspra lotta per il potere tra il presidente e il presidente dell'assemblea. La mossa è vista come un banco di prova per le istituzioni democratiche della regione, con tensioni crescenti dentro e fuori l'aula.
La revisione costituzionale nella RD Congo è ampiamente considerata una manovra per consentire al presidente Tshisekedi un terzo mandato, sollevando dubbi sui suoi benefici per il paese. I critici sostengono che l'azzeramento dei limiti di mandato mina i principi democratici e privilegia il potere personale sulla stabilità nazionale.
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