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Geopolitica e Politicamartedì 30 giugno 2026

Teheran subordina l’intesa con Washington alla reciprocità, mentre restano divergenze sui colloqui di Doha

Il presidente iraniano Pezeshkian dichiara che l’Iran onorerà il memorandum d’intesa solo se gli Stati Uniti faranno altrettanto, in un clima di attacchi incrociati e di interpretazioni opposte sul significato del prossimo incontro in Qatar.

La dichiarazione del presidente iraniano Masoud Pezeshkian, affidata a un post sulla piattaforma X, fissa un principio chiaro: «La comprensione reciproca è una strada a doppio senso. Se la parte americana rispetterà l’accordo, anche noi rispetteremo i nostri impegni». La presa di posizione arriva mentre le due capitali offrono letture divergenti sull’incontro previsto a Doha. Secondo fonti della Casa Bianca, il presidente Trump avrebbe annunciato un negoziato sulla denuclearizzazione richiesto dallo stesso Iran; al contrario, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha smentito qualsiasi nuovo tavolo negoziale, precisando che la delegazione in partenza per il Qatar si occuperà esclusivamente dell’attuazione tecnica del memorandum, in particolare della clausola 11 relativa allo sblocco degli asset congelati.

Nell’ottica di Teheran, il rispetto dell’intesa firmata a Islamabad il 18 giugno scorso è vincolato a progressi concreti su due fronti: la revoca delle sanzioni e la liberazione dei fondi iraniani all’estero. Fonti vicine al governo iraniano indicano che circa sei miliardi di dollari sui dodici bloccati in Qatar potrebbero essere restituiti a breve, ma Washington subordina ogni trasferimento all’effettiva attuazione del memorandum e all’utilizzo delle somme per acquisti umanitari, compresi prodotti agricoli statunitensi. La divergenza sulla natura dell’incontro di Doha – negoziato politico per gli americani, riunione tecnica per gli iraniani – riflette una tensione di fondo che il memorandum non ha risolto: la sequenza tra gesti di distensione e avvio di un accordo permanente.

Il quadro militare resta instabile. Dopo la tregua di giugno, nuovi attacchi hanno colpito infrastrutture iraniane nei pressi dello Stretto di Hormuz, con Washington che rivendica azioni contro sistemi di sorveglianza e difesa aerea, e Teheran che ha risposto colpendo obiettivi statunitensi in Kuwait e Bahrain. Secondo analisti mediorientali, lo Stretto di Hormuz rimane il punto di frizione più immediato: il memorandum ne prevede la riapertura e la sicurezza della navigazione, ma l’Iran continua a rivendicare il controllo della via d’acqua, mentre gli Stati Uniti insistono sulla libertà di transito. Per l’Europa e l’Italia, che dipendono in misura significativa dal petrolio che transita da quel corridoio, ogni escalation comporta rischi diretti sulla stabilità dei mercati energetici.

Il memorandum d’intesa, mediato da Pakistan e Qatar con il sostegno dichiarato della Russia, delinea un percorso in due fasi: un periodo iniziale di trenta giorni per l’attuazione delle clausole più urgenti – sblocco degli asset, allentamento del blocco navale, ripresa delle esportazioni petrolifere iraniane – e l’avvio di negoziati per un accordo complessivo che includa limitazioni al programma nucleare iraniano, con la sospensione dell’arricchimento per un periodo compreso tra cinque e quindici anni. La prospettiva di Bruxelles, attenta agli equilibri regionali, è che la tenuta dell’intesa dipenda dalla capacità di entrambe le parti di rispettare la gradualità concordata, evitando che gli scontri armati e le dichiarazioni pubbliche ne erodano la credibilità. Al momento, i colloqui tecnici proseguono, ma nessun incontro politico di alto livello è stato formalmente calendarizzato, e il destino del processo resta legato alla verifica dei primi impegni reciproci.

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Teheran subordina l’intesa con Washington alla reciprocità, mentre restano divergenze sui colloqui di Doha

Il presidente iraniano Pezeshkian dichiara che l’Iran onorerà il memorandum d’intesa solo se gli Stati Uniti faranno altrettanto, in un clima di attacchi incrociati e di interpretazioni opposte sul significato del prossimo incontro in Qatar.

La dichiarazione del presidente iraniano Masoud Pezeshkian, affidata a un post sulla piattaforma X, fissa un principio chiaro: «La comprensione reciproca è una strada a doppio senso. Se la parte americana rispetterà l’accordo, anche noi rispetteremo i nostri impegni». La presa di posizione arriva mentre le due capitali offrono letture divergenti sull’incontro previsto a Doha. Secondo fonti della Casa Bianca, il presidente Trump avrebbe annunciato un negoziato sulla denuclearizzazione richiesto dallo stesso Iran; al contrario, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha smentito qualsiasi nuovo tavolo negoziale, precisando che la delegazione in partenza per il Qatar si occuperà esclusivamente dell’attuazione tecnica del memorandum, in particolare della clausola 11 relativa allo sblocco degli asset congelati.

Nell’ottica di Teheran, il rispetto dell’intesa firmata a Islamabad il 18 giugno scorso è vincolato a progressi concreti su due fronti: la revoca delle sanzioni e la liberazione dei fondi iraniani all’estero. Fonti vicine al governo iraniano indicano che circa sei miliardi di dollari sui dodici bloccati in Qatar potrebbero essere restituiti a breve, ma Washington subordina ogni trasferimento all’effettiva attuazione del memorandum e all’utilizzo delle somme per acquisti umanitari, compresi prodotti agricoli statunitensi. La divergenza sulla natura dell’incontro di Doha – negoziato politico per gli americani, riunione tecnica per gli iraniani – riflette una tensione di fondo che il memorandum non ha risolto: la sequenza tra gesti di distensione e avvio di un accordo permanente.

Il quadro militare resta instabile. Dopo la tregua di giugno, nuovi attacchi hanno colpito infrastrutture iraniane nei pressi dello Stretto di Hormuz, con Washington che rivendica azioni contro sistemi di sorveglianza e difesa aerea, e Teheran che ha risposto colpendo obiettivi statunitensi in Kuwait e Bahrain. Secondo analisti mediorientali, lo Stretto di Hormuz rimane il punto di frizione più immediato: il memorandum ne prevede la riapertura e la sicurezza della navigazione, ma l’Iran continua a rivendicare il controllo della via d’acqua, mentre gli Stati Uniti insistono sulla libertà di transito. Per l’Europa e l’Italia, che dipendono in misura significativa dal petrolio che transita da quel corridoio, ogni escalation comporta rischi diretti sulla stabilità dei mercati energetici.

Il memorandum d’intesa, mediato da Pakistan e Qatar con il sostegno dichiarato della Russia, delinea un percorso in due fasi: un periodo iniziale di trenta giorni per l’attuazione delle clausole più urgenti – sblocco degli asset, allentamento del blocco navale, ripresa delle esportazioni petrolifere iraniane – e l’avvio di negoziati per un accordo complessivo che includa limitazioni al programma nucleare iraniano, con la sospensione dell’arricchimento per un periodo compreso tra cinque e quindici anni. La prospettiva di Bruxelles, attenta agli equilibri regionali, è che la tenuta dell’intesa dipenda dalla capacità di entrambe le parti di rispettare la gradualità concordata, evitando che gli scontri armati e le dichiarazioni pubbliche ne erodano la credibilità. Al momento, i colloqui tecnici proseguono, ma nessun incontro politico di alto livello è stato formalmente calendarizzato, e il destino del processo resta legato alla verifica dei primi impegni reciproci.

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