
L'Iran avverte: «Le rotte alternative nello Stretto di Hormuz aggraveranno la crisi»
Teheran rivendica il controllo esclusivo per 30 giorni, proseguono gli scontri con gli Usa. Araghchi a Baghdad chiede un'intesa regionale senza ingerenze esterne.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha messo in guardia domenica da Baghdad: qualsiasi tentativo di aprire corridoi di navigazione non concordati con Teheran nello Stretto di Hormuz complicherà la situazione, ritarderà la riapertura dello strategico passaggio e aumenterà le tensioni in Medio Oriente. L’avvertimento giunge mentre Stati Uniti e Iran si accusano a vicenda di violare la fragile tregua negoziata in Pakistan, con nuovi attacchi incrociati e il passaggio di petroliere lungo rotte non autorizzate dall’Iran.
Secondo Teheran, in base al memorandum d’intesa siglato con Washington, la gestione dello Stretto spetta esclusivamente alla Repubblica Islamica, che vi eserciterà un “controllo totale” nei prossimi trenta giorni. L’Iran contesta l’annuncio, da parte di Oman e Organizzazione marittima internazionale, di un corridoio meridionale vicino alla costa omanita – utilizzato ormai da decine di navi – senza aver consultato Teheran. Le Guardie della Rivoluzione hanno ribadito che le imbarcazioni che non seguiranno le direttive iraniane saranno affrontate con “maggiore fermezza”. Sul fronte opposto, il Comando centrale americano ha rivendicato attacchi contro dieci obiettivi iraniani in risposta a “continua aggressione contro il naviglio commerciale”; Teheran ha replicato colpendo basi statunitensi in Kuwait e Bahrein, condannati dai governi locali.
Le implicazioni per i mercati energetici sono immediate: dallo Stretto di Hormuz transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota rilevante di gas naturale liquefatto, risorsa diventata essenziale per l’Italia e l’Europa dopo il taglio delle forniture russe. Ogni interruzione rischia di aggravare l’inflazione e minacciare la sicurezza degli approvvigionamenti. In questo scenario, l’Iraq – che già aveva tentato una mediazione prima del conflitto – tenta di rilanciare il dialogo: il ministro degli Esteri Fuad Hussein ha avvertito che la chiusura di Hormuz danneggerebbe gravemente anche le esportazioni irachene e ha proposto un vertice regionale tra Stati del Golfo, Iran e Iraq, con l’esclusione di potenze esterne. Araghchi ha accolto con favore l’iniziativa, ribadendo l’obiettivo di un quadro di sicurezza gestito dai soli attori regionali.
L’accordo di cessate il fuoco, in vigore da aprile, appare logorato. Secondo analisti del Royal United Services Institute di Londra, un negoziato prolungato accompagnato da una pressione controllata nello Stretto può favorire l’Iran. Le prossime settimane saranno decisive: Teheran rivendica la gestione esclusiva per trenta giorni, mentre l’Iraq prepara per l’8 luglio le esequie della Guida suprema Ali Khamenei, ucciso, secondo l’Iran, nei raid del primo giorno di guerra. La comunità internazionale segue con apprensione una partita in cui il controllo di un braccio di mare di poche decine di chilometri potrebbe decidere gli equilibri energetici globali.
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Il ministro degli Esteri iraniano ha rivendicato il pieno controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz per i prossimi 30 giorni, avvertendo che qualsiasi interferenza esterna ritarderebbe la riapertura. La dichiarazione inquadra l'Iran come unico gestore legittimo dello stretto, con l'accordo con gli USA visto come una vittoria. Ogni sfida è presentata come una minaccia alla stabilità regionale, implicando la posizione dominante dell'Iran.
I media statali russi riportano la responsabilità esclusiva dell'Iran per il ripristino della navigazione nello Stretto di Hormuz, presentando l'accordo come un dato di fatto. Il tono è neutro, senza critiche o approvazioni, allineandosi con la posizione iraniana. L'attenzione è sui dettagli tecnici del periodo di 30 giorni e sulla ripresa delle operazioni normali.
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