
Tagli record in Argentina, debito in ascesa in Brasile: l’America Latina accelera il consolidamento fiscale
Mentre Buenos Aires riduce i trasferimenti alle province del 61,8% nel primo semestre, Brasilia vede salire il costo del debito e la Colombia registra un calo degli investimenti esteri del 19,8%.
Il governo argentino ha impresso un’accelerazione senza precedenti al contenimento della spesa pubblica: nel primo semestre del 2026 i trasferimenti discrezionali alle province e alla capitale sono crollati del 61,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, toccando il secondo valore più basso dal 2005. A giugno la contrazione è stata dell’87,7%, con soli tre distretti in territorio positivo grazie a basi di confronto eccezionalmente ridotte. La stretta, che ha colpito in modo disomogeneo le giurisdizioni subnazionali, si inserisce in una manovra più ampia che ha portato il gasto primario dell’amministrazione nazionale a contrarsi del 2,3% reale nel semestre, con i tagli più marcati proprio sulle partite destinate a province e opere pubbliche.
Sul fronte brasiliano, il deterioramento dei conti pubblici sta modificando la percezione degli investitori. Il deficit consolidato di maggio ha raggiunto 56,1 miliardi di reais, in crescita del 66% su base annua, portando il disavanzo accumulato in dodici mesi all’1,14% del Pil e il debito lordo all’81,1%, il livello più elevato degli ultimi cinque anni. Il costo medio del finanziamento si avvicina al 13%, un valore che, secondo le autorità di Brasilia, rende il servizio del debito particolarmente oneroso se confrontato con economie avanzate come Giappone e Stati Uniti, dove i tassi restano contenuti. L’ultima asta di titoli indicizzati all’inflazione ha registrato una domanda insufficiente, segnalando una crescente cautela da parte dei sottoscrittori.
Anche la Colombia mostra segnali di raffreddamento: a giugno gli investimenti diretti esteri sono scesi a 634 milioni di dollari, il 19,8% in meno rispetto allo stesso mese del 2025, con il settore petrolifero e minerario che continua a rappresentare i tre quarti degli afflussi. Il dato semestrale, in calo del 12,3%, riflette un clima di attesa che, secondo gli osservatori di Bogotá, è legato tanto alle incertezze fiscali quanto alla necessità di diversificare le fonti di capitale.
Lontano dall’America Latina, il Bangladesh vive una compressione prolungata del potere d’acquisto: l’inflazione si mantiene sopra il 9% da tre mesi e i salari reali sono in calo da cinquantatré mesi consecutivi, colpendo in particolare l’86% dei lavoratori dell’economia informale. L’entrata in vigore a luglio di un nuovo schema retributivo per i dipendenti pubblici, pur rappresentando un sollievo per circa un milione e mezzo di famiglie, rischia di alimentare ulteriori pressioni sui prezzi se non accompagnata da un rafforzamento dei controlli di mercato e da un’estensione delle tutele al settore privato.
La prossima asta di titoli pubblici brasiliani, in calendario nelle prossime settimane, offrirà un banco di prova immediato sulla fiducia degli investitori verso la traiettoria del debito, mentre i dati sull’esecuzione del bilancio argentino nel secondo semestre chiariranno se la compressione della spesa potrà essere sostenuta senza aggravare le tensioni territoriali.
| Stampa latinoamericana | −0.60 | critical |
|---|---|---|
| Stampa indiana e sudasiatica | −0.60 | critical |
Il Brasile denuncia l'aggravarsi del deficit fiscale che spaventa gli investitori. L'Argentina accusa il governo di tagliare i fondi alle province, peggiorando la crisi.
I numeri percentuali vengono presentati come prove inconfutabili di una gestione fallimentare, senza contestualizzare le cause globali.
Non menziona il fallimento dell'asta di titoli brasiliani, che è l'innesco della notizia.
Il Bangladesh piange l'erosione del potere d'acquisto dei cittadini, con l'inflazione che supera i salari da 53 mesi.
La ripetizione del dato '53 mesi' crea un senso di ingiustizia cronica, spingendo il lettore a simpatizzare con le vittime.
Non collega l'inflazione del Bangladesh alla più ampia pressione fiscale nei mercati emergenti, isolando il caso nazionale.
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