
L’UE multa Google per 890 milioni: violazioni del Digital Markets Act su Search e Play Store
La Commissione europea ha sanzionato il gigante tecnologico per aver favorito i propri servizi nei risultati di ricerca e limitato gli sviluppatori su Google Play, inasprendo le tensioni commerciali con Washington.
La Commissione europea ha inflitto a Google due sanzioni per un totale di 890 milioni di euro, la multa più elevata mai comminata ai sensi del Digital Markets Act (DMA). La prima, da 460 milioni, contesta il trattamento preferenziale riservato ai propri servizi – shopping, hotel, trasporti, sport – nei risultati di Google Search, con un posizionamento e una visibilità negati ai concorrenti. La seconda, da 430 milioni, riguarda le restrizioni imposte agli sviluppatori su Google Play, accusati di non aver potuto indirizzare liberamente gli utenti verso canali di acquisto alternativi e spesso più economici. Google ha sessanta giorni per conformarsi alle decisioni, pena sanzioni periodiche fino al 5% del fatturato globale.
Secondo la Commissione, le misure mirano a garantire un terreno di gioco equo: «I prodotti migliori dovrebbero avere successo perché sono migliori, non perché appartengono alla società che gestisce il motore di ricerca», ha dichiarato la vicepresidente esecutiva Teresa Ribera. Dal canto suo, Google, per voce del presidente degli affari globali Kent Walker, ha definito la decisione «un degrado del prodotto guidato da un piccolo gruppo di ricorrenti con interessi personali», sostenendo che l’adeguamento al DMA costringerà l’azienda a rimuovere funzionalità di ricerca in tempo reale apprezzate dagli europei e a smantellare protezioni di sicurezza su Google Play. L’amministrazione statunitense, tramite il rappresentante commerciale Jamieson Greer, ha parlato di «sanzioni finanziarie irragionevoli» che mettono a rischio la stabilità transatlantica, accusando l’UE di colpire sistematicamente le imprese americane più competitive.
La decisione giunge in un momento di forte tensione commerciale, a poche ore dalla scadenza di dazi temporanei statunitensi e a ridosso del primo anniversario dell’accordo di Turnberry che aveva attenuato le frizioni. Fonti diplomatiche europee escludono qualsiasi legame tra il calendario della multa e le scadenze tariffarie, rivendicando il diritto sovrano di regolamentare le piattaforme digitali. L’indagine, aperta nel marzo 2024, aveva già portato a una valutazione preliminare di non conformità nel marzo 2025; secondo alcuni osservatori con sede a Bruxelles, la pubblicazione della decisione sarebbe stata rinviata per non esacerbare i rapporti con Washington, circostanza che la Commissione nega. Le sanzioni superano quelle già comminate a Meta (200 milioni) e Apple (500 milioni) nel 2025, consolidando la linea di applicazione rigorosa del DMA.
Google ha già avviato modifiche alla presentazione dei propri servizi su Search e alle condizioni per gli sviluppatori su Play Store, e la Commissione ha riconosciuto progressi sostanziali, in particolare per quanto riguarda le proposte relative alle funzioni di intelligenza artificiale AI Overviews e AI Mode. L’azienda conserva il diritto di ricorso dinanzi ai tribunali dell’Unione. Nei prossimi sessanta giorni Bruxelles monitorerà l’attuazione delle misure correttive; in assenza di adeguamento, scatteranno le penalità periodiche. Parallelamente, resta aperto il fronte del dialogo commerciale con gli Stati Uniti, dove un gruppo di parlamentari repubblicani ha già sollecitato ritorsioni, mentre l’UE ribadisce che le proprie norme si applicano in modo uniforme a tutti gli operatori, senza distinzione di nazionalità.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.30 | critical |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | +0.20 | neutral |
Un osservatore preoccupato avverte che la multa dell'UE rischia di provocare ritorsioni statunitensi, schierandosi con la cautela e implicando che l'UE stia esagerando.
Inquadrando la multa come una sfida diretta alla sovranità statunitense e alle minacce di Trump, la narrazione crea un'escalation simmetrica in cui le azioni di ciascuna parte sono viste come provocazioni.
Il blocco omette le specifiche violazioni legali e la scadenza di 60 giorni per la conformità, così come il riconoscimento da parte dell'UE dei progressi di Google, che minerebbero la narrazione di un puro confronto politico.
Un'autorità regolatoria spiega la necessità della multa, schierandosi con l'UE e presentando la decisione come una normale applicazione della legge.
Concentrandosi sul processo legale, sulle violazioni e sulla multa record, la narrazione depoliticizza la questione e la presenta come una questione di diritto, non di politica.
Il blocco omette il rischio esplicito di ritorsioni tariffarie statunitensi e il contesto politico delle precedenti minacce di Trump, che complicherebbero la narrazione di una pura applicazione legale.
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