
Spagna, oltre un milione di domande per la regolarizzazione straordinaria dei migranti
Il governo Sánchez presenta un piano di integrazione da 500 milioni, mentre crescono le tensioni con i partner europei e l’opposizione interna.
Alla scadenza del termine, fissata al 30 giugno, la Spagna ha registrato oltre un milione di domande per il programma straordinario di regolarizzazione dei migranti irregolari, un numero più che doppio rispetto alle 500.000 inizialmente stimate dall’esecutivo. Il provvedimento, in vigore dalla metà di aprile, concede un permesso di soggiorno e lavoro valido un anno a chi dimostri di risiedere nel Paese da almeno cinque mesi prima del 31 dicembre 2025 e di non avere precedenti penali. Contestualmente, il primo ministro Pedro Sánchez ha presentato un Piano di Integrazione e Cittadinanza dotato di 505 milioni di euro per il primo anno, che include corsi di lingua, formazione professionale, misure contro la discriminazione abitativa e scolastica e la creazione di un’Agenzia nazionale per la mobilità umana.
Secondo fonti governative spagnole, l’iniziativa risponde a una logica economica e demografica: senza immigrazione, il Paese perderebbe il 19% del PIL entro il 2050, con la chiusura di 90.000 esercizi commerciali e 220.000 aziende agricole. I sindacati e le organizzazioni imprenditoriali, presenti alla presentazione del piano, hanno sottolineato che quasi la metà dei nuovi posti di lavoro creati dal 2018 è stata occupata da stranieri e che l’apporto dei migranti è stato determinante per la crescita del PIL pro capite. La Chiesa cattolica e centinaia di associazioni avevano sostenuto una iniziativa legislativa popolare da oltre 600.000 firme, che ha fatto da base al provvedimento.
L’operazione ha tuttavia incontrato una forte opposizione interna ed europea. I partiti conservatori Partido Popular e Vox, al governo in diverse comunità autonome, hanno introdotto clausole di “priorità nazionale” nell’accesso ai servizi e presentato ricorsi davanti al Tribunale Supremo, che sta valutando se sollevare una questione pregiudiziale alla Corte di giustizia dell’UE. Secondo gli ambienti giudiziari spagnoli, il nodo è la compatibilità della regolarizzazione con il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato in vigore il 12 giugno. Il governo replica che il permesso è valido esclusivamente in territorio spagnolo e non consente la libera circolazione nell’Unione. Da Bruxelles e da capitali come Roma, Copenaghen e Budapest sono giunte critiche sul possibile effetto di attrazione e sulle ripercussioni per gli altri Stati membri.
Sul piano amministrativo, il processo ha messo in luce carenze strutturali: solo cinquanta funzionari a Vigo sono incaricati di esaminare circa 1,2 milioni di pratiche, con il ricorso a volontari retribuiti dieci euro a fascicolo e il rischio di ritardi superiori ai tre mesi previsti. La maggioranza dei richiedenti proviene dall’America Latina – colombiani, venezuelani e marocchini i gruppi più numerosi – e in molti casi si tratta di persone entrate con visto turistico e rimaste per lavorare in nero. Il governo Sánchez, che ha fatto della politica migratoria un asse del proprio mandato a un anno dalla fine della legislatura, intende ora difendere la regolarizzazione nelle aule giudiziarie e nel dibattito politico europeo, mentre il Tribunale Supremo dovrebbe pronunciarsi entro il 3 luglio sull’eventuale rinvio alla Corte UE.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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La regolarizzazione di massa in Spagna viene presentata come un atto di umanità necessario, mentre l'UE viene criticata per la sua rigidità. Si sottolinea il diritto dei migranti a una vita dignitosa e si mette in luce l'ipocrisia delle critiche europee.
La regolarizzazione spagnola viene vista con scetticismo: un provvedimento unilaterale che potrebbe incentivare ulteriori flussi migratori e creare tensioni con Bruxelles. Si sottolineano le implicazioni legali e politiche, senza entusiasmo.
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