
Social media, la stretta globale: dagli Emirati all’Australia il nodo dell’età minima
Mentre Abu Dhabi vieta l’accesso ai minori di 15 anni e Città del Messico prepara un dibattito nazionale, il fallimento della legge australiana mostra i limiti dei divieti senza alternative educative.
La decisione degli Emirati Arabi Uniti di fissare a 15 anni l’età minima per l’accesso ai social media – con obbligo di verifica dell’identità tramite riconoscimento facciale o documenti ufficiali e un periodo di adeguamento di dodici mesi per le piattaforme – rappresenta l’ultimo tassello di una tendenza normativa che sta ridisegnando il rapporto tra minori e schermi in tutto il mondo. Secondo le autorità di Abu Dhabi, la soglia è stata scelta dopo approfondite ricerche sullo sviluppo cognitivo: i quindici anni segnano una fase in cui il cervello completa la maturazione delle capacità di giudizio e richiede una protezione rafforzata. La risoluzione del Consiglio dei ministri, la prima nel mondo arabo, impone alle società tecnologiche sistemi di age verification basati su intelligenza artificiale e identità digitale, con sanzioni che possono arrivare al blocco totale delle piattaforme non conformi.
L’esperienza australiana, tuttavia, offre un contrappunto critico. Il Social Media Minimum Age Act entrato in vigore nel 2025, che vieta l’uso dei social ai minori di 16 anni, ha prodotto risultati ben al di sotto delle attese: secondo i dati ripresi dalla stampa internazionale, circa sette genitori su dieci con figli già attivi sulle piattaforme hanno dichiarato che i ragazzi possiedono ancora account, spesso creati con identità fittizie. Nell’ottica di Canberra, la disattivazione di milioni di profili ha paradossalmente indebolito i controlli parentali offerti da Apple e Google, spingendo gli adolescenti verso aree meno regolamentate del web. Il governo australiano, anziché rivedere l’impianto, starebbe valutando un inasprimento delle misure, mentre gli esperti di sanità pubblica segnalano che i minori trascorrono ormai in media oltre quattro ore al giorno davanti a uno schermo, con punte di undici ore tra i teenager.
In America Latina, il Messico si inserisce nel dibattito con un approccio diverso. La presidente Claudia Sheinbaum ha annunciato che, dopo i Mondiali di calcio di luglio, sarà avviata un’ampia consultazione pubblica con esperti di salute, legislatori, famiglie e società civile per regolamentare l’uso dell’intelligenza artificiale e dei social network da parte dei minori, inclusa la possibile limitazione dei telefoni cellulari nelle scuole. Secondo fonti governative di Città del Messico, l’obiettivo è coniugare la protezione della salute mentale – messa a rischio da stress, ansia e dipendenza da schermi – con la salvaguardia della libertà di espressione, evitando derive censorie. L’iniziativa si allinea a un movimento che in Europa ha già visto Francia e Regno Unito introdurre restrizioni, mentre a Bruxelles il dibattito sulla verifica dell’età e sulla privacy dei minori resta aperto, con possibili ricadute anche per l’Italia, dove il Garante per l’infanzia ha più volte sollecitato interventi normativi.
Sullo sfondo, le autorità emiratine collegano la protezione digitale a un’altra emergenza: l’uso dei social media e delle piattaforme di gaming da parte delle reti di narcotraffico per adescare giovani. La polizia di Abu Dhabi e Dubai ha lanciato campagne di prevenzione che insistono sul mito del “provare solo una volta”, spiegando come le sostanze sintetiche alterino il sistema dopaminergico e inneschino dipendenza già dopo la prima assunzione. I dati ufficiali descrivono il fenomeno tra gli studenti come limitato a casi isolati, ma le autorità sottolineano che la prevenzione passa anche attraverso il vuoto lasciato dagli schermi: neuropsicologi locali avvertono che il divieto di accesso ai social, se non accompagnato da alternative come sport, teatro o volontariato, rischia di generare un “vuoto simbolico” che alimenta risentimento e ricerche di gratificazione altrove. La partita, dunque, non si gioca solo sul terreno della legge, ma su quello della capacità di offrire ai minori un’appartenenza reale che sostituisca lo specchio digitale dei like.
| Stampa russa e CSI | 0.00 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa del Golfo arabo | +0.70 | aligned |
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.30 | critical |
La Russia osserva che il provvedimento emiratino si inserisce in un quadro internazionale, ma sottolinea che senza un controllo statale efficace ogni restrizione è vana.
Si normalizza la misura come parte di un trend globale, ma si introduce un caveat sulla necessità di un controllo statale, facendo leva su un esempio concreto (Australia) per rafforzare la posizione russa di cautela verso le soluzioni liberiste.
Non si menziona il dibattito interno agli Emirati sull'impatto sulle libertà digitali, né le critiche delle organizzazioni per i diritti dei minori.
Gli Emirati agiscono da guida saggia e protettiva, imponendo limiti che altre nazioni, come l'Australia, non sono state in grado di far rispettare per mancanza di coesione sociale.
Si attribuisce allo stato una figura paterna che sa cosa è meglio per i giovani, contrapponendola al fallimento australiano dovuto a una società frammentata. L'orgoglio nazionale viene rafforzato attraverso il contrasto.
Non si menziona la possibilità che la misura possa limitare la libertà di espressione dei minori, né si citano studi che mettono in dubbio l'efficacia delle restrizioni d'età.
L'Occidente pragmatico mette in guardia: le restrizioni senza un'adeguata infrastruttura di controllo e senza coinvolgere le piattaforme sono destinate a fallire, come dimostra il caso australiano.
Si utilizza il fallimento australiano come precedente giuridico e pratico per mettere in dubbio l'efficacia della misura emiratina, spostando il dibattito su questioni di implementazione e diritti.
Non si riconosce il contesto culturale e sociale degli Emirati, dove il controllo statale è più accettato, e si trascura il consenso locale sulla misura.
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