
Social media e minori: la mappa dei divieti e la stretta europea
Oltre venti paesi hanno già vietato o limitato l'accesso degli adolescenti alle piattaforme, mentre Bruxelles prepara raccomandazioni e sanzioni per i giganti tecnologici.
A Bruxelles un comitato di esperti consegna in queste ore alla Commissione europea le attese raccomandazioni sulla possibilità di vietare l'accesso ai social media per i minori nell'Unione. La mossa arriva mentre, secondo un censimento dell'AFP, nel mondo sono già venti i paesi che hanno adottato o annunciato restrizioni analoghe: cinque – Australia, Brasile, Cina, Indonesia e Malesia – le applicano già, fissando l'età minima generalmente a 15 o 16 anni, e altri si apprestano a seguirne l'esempio con norme in vigore entro il 2027.
La geografia delle proibizioni è varia nelle modalità e nei tempi. A Pechino la stretta è progressiva dal 2019 e oggi prevede limiti orari per giochi, social e piattaforme di streaming; in Indonesia e Malesia il divieto è totale per gli under 16. Il Brasile obbliga le aziende a verificare l'età e a collegare gli account dei minorenni a quelli dei genitori. La Turchia attuerà il blocco per i quindicenni a fine 2026, gli Emirati Arabi a metà 2027. Fuori dall'Unione, Regno Unito e Canada puntano ai 16 anni, la Norvegia presenterà un progetto di legge entro l'anno, mentre Nuova Delhi ha avviato un confronto con le piattaforme.
Il continente europeo offre un quadro frammentato, che tiene conto anche delle iniziative nazionali e del dibattito in Italia, dove il parlamento discute da mesi una proposta per vietare l'uso dei social agli under 15, in linea con la Francia, la cui Assemblea nazionale ha approvato in prima lettura un testo simile – poi modificato dal Senato per colpire soltanto le piattaforme più nocive – e con la Spagna, che intende alzare a 16 anni l'età minima di registrazione. Austria, Slovenia, Grecia e Germania stanno definendo soluzioni diversificate, mentre la Commissione europea, parallelamente, ha avviato una procedura contro Meta: secondo l'esecutivo UE, il design di Facebook e Instagram – con infinite scroll, autoplay e raccomandazioni personalizzate – favorirebbe un uso «additivo», e le misure di protezione introdotte dall'azienda, come gli ‘account per adolescenti’ e i controlli parentali, risultano insufficienti ed eludibili. Meta respinge le accuse e rivendica l'efficacia dei propri strumenti, ma rischia sanzioni fino al 6% del fatturato globale.
Secondo gli esperti di salute mentale, la dipendenza da social è favorita dalla liberazione di dopamina legata a like e condivisioni, e l'esposizione precoce può compromettere lo sviluppo di competenze relazionali: in Argentina uno studio Unicef/Unesco segnala che il 46% dei minori tra 9 e 17 anni ha già sperimentato disturbi legati all'uso di internet. Il dibattito scientifico si intreccia con le pressioni politiche e industriali, mentre l'UE prepara nuove regole sulla digital fairness per colmare le lacune del Digital Services Act e rafforzare la tutela dei consumatori, in particolare dei più giovani. La decisione finale della Commissione è attesa entro poche settimane, e dovrà conciliare le spinte nazionali con un quadro normativo comune che le capitali europee invocano da tempo.
| Stampa africana subsahariana | 0.00 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa russa e CSI | −0.30 | critical |
| Stampa latinoamericana | 0.00 | neutral |
Il mondo si muove verso la protezione dei minori online, con oltre 20 paesi che adottano restrizioni.
L'articolo si basa su un conteggio oggettivo dei paesi e sulla citazione di esempi concreti, senza commenti valutativi.
Non vengono menzionate le critiche o le alternative alla proibizione, come l'educazione digitale.
I governi agiscono d'impulso, ma i risultati sono deludenti e le vere priorità sono altrove.
L'articolo affianca il tema del divieto a una notizia di cronaca tecnologica, suggerendo che l'attenzione mediatica sia dispersa e che il dibattito sia poco serio.
Non si fa riferimento al consenso crescente tra i sostenitori della protezione dei minori.
Il dibattito è aperto: vietare o educare? L'esperienza australiana offre spunti, ma la soluzione non è univoca.
L'articolo presenta il divieto come una delle possibili soluzioni, contrapponendola all'educazione, e invita a una riflessione equilibrata.
Non menziona che oltre 20 paesi hanno già adottato misure concrete, riducendo il dibattito a una questione aperta.
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