
Sepolture antiche e moderne: dall’Iran all’Irlanda, i resti umani raccontano storie di fragilità
Quattro ritrovamenti in tre continenti gettano luce su rituali, tragedie personali e pagine oscure del Novecento, mentre la scienza cerca di restituire un nome ai corpi.
In Iran, lo scheletro di una donna incinta e del suo feto, sepolti settemila anni fa, è stato portato alla luce nel sito di Tappeh Hesar, presso Damghan. La scoperta, definita eccezionale dagli archeologi iraniani per la rarità di resti fetali conservati, si inserisce in una sequenza di ritrovamenti che, dalla Scandinavia all’America centrale, stanno offrendo nuove chiavi di lettura su come le comunità del passato affrontavano la morte.
In Svezia, sull’isola di Gotland, una fossa comune neolitica con settantasette corpi privi di cranio ha trovato una spiegazione dopo anni di ipotesi su massacri o esecuzioni. Secondo i ricercatori scandinavi, le teste furono rimosse deliberatamente dopo il decesso e utilizzate in cerimonie legate al culto degli antenati: una pratica funeraria complessa, non un atto di violenza collettiva. In El Salvador, invece, resti umani risalenti a circa 850 a.C. sono stati riesumati sotto strati di cenere vulcanica ad Antiguo Cuscatlán. Il Ministero della Cultura salvadoregno ha comunicato che il corpo, deposto a faccia in giù accanto a una ceramica a forma di tartaruga marina, sarà sottoposto a datazione al radiocarbonio e analisi del DNA; potrebbe trattarsi di una delle sepolture preispaniche più antiche della Mesoamerica.
Sul fronte europeo, lo scavo nell’ex istituto per madri nubili di Tuam, nella contea di Galway, in Irlanda, ha restituito altri ventidue resti di neonati, portando a novantanove il totale dei corpi recuperati dal luglio 2025. L’Ufficio del Direttore dell’Intervento Autorizzato (ODAIT) precisa che tutti i resti erano in bare, in un’area identificata come cimitero. L’istituto, gestito dalle Suore di Bon Secours per conto del Consiglio della Contea di Galway tra il 1925 e il 1961, è al centro di un caso che emerse nel 2014 quando la storica Catherine Corless rinvenne 796 certificati di morte di bambini privi di qualsiasi registrazione di sepoltura. Sessantadue persone hanno già fornito campioni di DNA per facilitare l’identificazione, mentre l’ordine religioso e le autorità locali hanno presentato scuse pubbliche per le sepolture «irrispettose e inaccettabili».
In tutti e quattro i siti le indagini sono in corso. In Iran si attendono esami isotopici e di imaging tridimensionale per ricostruire le condizioni di vita della donna; in Irlanda lo scavo proseguirà almeno fino al 2027, con la prospettiva che il numero di resti continui a salire; in El Salvador le analisi genetiche dovranno stabilire il sesso e l’età del corpo. Le autorità competenti, in ciascun contesto, sottolineano che i dati finora disponibili sono provvisori e che solo il completamento delle perizie scientifiche potrà confermare le ipotesi formulate.
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L'inchiesta svela l'occultamento sistematico delle sepolture infantili a Tuam, chiedendo conto alla Chiesa e allo Stato.
L'accumulo di dettagli macabri e l'autorità dell'indagine ufficiale creano un senso di scandalo inevitabile.
L'Iran svela un raro reperto di una madre e feto di 7.000 anni, testimonianza della grandezza della civiltà persiana.
Il fascino dell'eccezionalità archeologica rafforza l'orgoglio nazionale e legittima la tutela del patrimonio.
Gli archeologi risolvono il mistero di 77 corpi senza testa: non una strage ma un rituale funerario complesso.
La tensione narrativa tra ipotesi violente e la spiegazione rituale ribalta lo scenario iniziale.
Il team di scavo a Tuam continua a portare alla luce i resti dei bambini, aggiornando il totale a 99.
Il tono asciutto da comunicato ufficiale conferisce credibilità attraverso la trasparenza del processo.
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