
Rupiah sotto pressione: la tregua incerta tra Usa e Iran spinge il cambio verso 18.000
L'incertezza sui colloqui di Doha e i dati sul lavoro americano rafforzano il dollaro, mentre l'Indonesia attende i numeri sulla bilancia commerciale.
La rupiah indonesiana ha avviato la seduta del primo luglio in deciso arretramento, toccando 17.965 per dollaro nelle prime battute e chiudendo poi a 17.952, con una perdita di circa mezzo punto percentuale. Il movimento porta la valuta di Giacarta pericolosamente vicina alla soglia psicologica delle 18.000 unità, un livello che non si registrava dalle fasi più acute della crisi valutaria del 2025. A innescare la pressione è un intreccio di fattori esterni: da un lato il rafforzamento del biglietto verde dopo la pubblicazione di dati JOLTS superiori alle attese, che hanno ridimensionato le speranze di un allentamento rapido della Federal Reserve; dall’altro il riacutizzarsi della tensione geopolitica nel Golfo Persico.
I negoziati di pace tra Stati Uniti e Iran, in corso a Doha, hanno subito una brusca frenata dopo che Teheran ha respinto l’ipotesi di colloqui diretti con l’inviato americano, insistendo su una mediazione tecnica. Questo irrigidimento, secondo analisti mediorientali, allontana la prospettiva di trasformare la fragile tregua di due settimane in un accordo stabile e mantiene un premio di rischio sui mercati energetici. Il greggio Brent, pur in calo di quasi il 40% nel secondo trimestre dopo l’impennata del primo, resta sopra i 73 dollari al barile, e la normalizzazione dei transiti attraverso lo Stretto di Hormuz rimane incerta. Il dollaro ne beneficia come bene rifugio, penalizzando le valute emergenti.
Sul fronte domestico, l’Indonesia sconta una posizione esterna più fragile. Il surplus commerciale cumulato nei primi quattro mesi dell’anno si è più che dimezzato rispetto allo stesso periodo del 2025, scendendo a 5,64 miliardi di dollari, e il deficit delle partite correnti nel primo trimestre ha già raggiunto circa 4 miliardi. Gli operatori attendono nel pomeriggio la pubblicazione dei dati sulla bilancia commerciale di maggio e sull’inflazione, che potrebbero confermare una compressione degli avanzi e alimentare ulteriori deflussi di capitale. Bank Indonesia, secondo fonti di mercato a Giacarta, è intervenuta per contenere la volatilità, ma il suo margine di manovra è limitato dalla necessità di preservare le riserve.
Il quadro non è isolato. La rupia indiana ha perso 19 paise toccando 94,75 contro il dollaro, mentre il real brasiliano ha mostrato una tenuta migliore grazie a dinamiche locali legate ai dati sull’occupazione. In Europa, gli osservatori guardano con apprensione all’effetto combinato di una Fed ancora restrittiva e di un petrolio che, nonostante il ribasso trimestrale, resta esposto a shock geopolitici. Per l’Italia, terzo partner commerciale dell’Indonesia nel Sud-est asiatico, un indebolimento prolungato della rupiah potrebbe tradursi in una domanda più debole per le esportazioni di macchinari e beni strumentali.
Il prossimo banco di prova sarà la diffusione dei dati commerciali indonesiani, attesa in giornata. Un eventuale peggioramento del saldo potrebbe accelerare il test di quota 18.000, mentre un dato migliore delle attese offrirebbe un temporaneo sollievo. Gli occhi restano puntati anche su Doha: un segnale di disgelo nei colloqui tecnici tra le due sponde del Golfo avrebbe ripercussioni immediate sui listini valutari globali.
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Lo yen si è deprezzato fino a livelli che non si vedevano da quasi quarant'anni, superando quota 162 per dollaro, a causa del crescente differenziale di tassi d'interesse tra Giappone e Stati Uniti. L'incerta tregua tra Washington e Teheran rafforza ulteriormente il dollaro, ma il motore principale resta il divario di politica monetaria. I mercati giapponesi osservano con nervosismo l'avvicinarsi della valuta ai minimi storici.
La rupia indonesiana è sotto forte pressione e scivola verso la soglia psicologica di 18.000 per dollaro, mentre i fragili colloqui di pace tra Stati Uniti e Iran alimentano l'incertezza geopolitica. Gli analisti avvertono che lo stallo nei negoziati di Doha mantiene un premio di rischio sui mercati emergenti, penalizzando le valute asiatiche. La debolezza persistente della rupia riflette venti contrari esterni che sfuggono al controllo domestico.
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