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Quando il cinema indiano chiede un prezzo troppo alto: storie di addii e sguardi

Da Mumbai a Bangalore, attori e attrici raccontano le ragioni profonde di chi lascia la celebrità o ne denuncia le ombre, tra imprenditoria, criminalità e cultura patriarcale.

A una festa di famiglia, una giovane donna di origini iraniane viene notata da un coordinatore di moda. È l’inizio involontario di una carriera che porterà Perizaad Zorabian sul set con Amitabh Bachchan, Om Puri e Shabana Azmi, nei primi anni Duemila, in quel cinema indiano di lingua inglese e hindi che cercava nuove strade tra blockbuster e film d’autore. La sua entrata nel mondo dello spettacolo, ha raccontato in seguito, fu un «incidente»: il vero sogno, custodito fin da bambina, era l’impresa. Dopo un MBA a New York e un anno di recitazione al Lee Strasberg Institute, la Zorabian era tornata a Mumbai per occuparsi dell’azienda avicola di famiglia, la Zorabian Chicken. Poi arrivò quello spot per una crema schiarente, e tutto cambiò.

Eppure, dopo una manciata di pellicole e una crescente visibilità, la Zorabian scelse di andarsene. Non fu una rottura traumatica, ma una lenta presa di distanza, accelerata dal matrimonio con un uomo d’affari che le chiese di non passare mesi lontano da casa per le riprese. A trentatré anni, con un figlio in arrivo, rifiutò ruoli in film di registi affermati e tornò a tempo pieno all’attività di famiglia, che oggi fattura oltre un miliardo e duecento milioni di rupie. La sua non è una storia isolata. Nell’India del cinema, abbandonare il set quando le luci sono ancora accese è un gesto che interroga l’intera industria.

Lo sa bene Kamal Haasan, che negli anni Ottanta, all’apice della popolarità a Bombay, decise di ritirarsi dalla scena hindi. Dopo il successo di “Ek Duuje Ke Liye” e la consacrazione con “Sadma” e “Sagar”, l’attore tamil si allontanò denunciando un ambiente in cui, a suo dire, il crimine organizzato e il denaro sporco erano diventati presenza quotidiana. In dichiarazioni riprese dalla stampa indiana, Haasan ha spiegato di non aver voluto né combattere apertamente né sottomettersi a quei meccanismi: semplicemente, se ne andò. La sua scelta, letta oggi, appare come un raro caso di autoconservazione artistica in un’epoca in cui, secondo molte testimonianze, il finanziamento dei film passava spesso attraverso canali opachi e pressioni mafiose.

Se Haasan e la Zorabian hanno scelto la porta d’uscita, altre voci restano dentro il sistema per raccontarne le crepe. L’attrice Tamannaah Bhatia, volto noto del cinema tamil, telugu e hindi, ha recentemente descritto il disagio di lavorare in un’industria dove, ha affermato, «molti guardano le attrici in un modo che non è normale». Non si tratta, ha precisato, di colpe individuali, ma di una mentalità plasmata da secoli di struttura patriarcale, particolarmente radicata in alcune regioni del Sud, dove la socializzazione tra uomini e donne resta limitata. La Bhatia ha parlato di sguardi fissi e insistenti, di una curiosità che sconfina nell’invadenza, e ha accolto con favore il fatto che oggi sempre più colleghe trovino il coraggio di denunciare pubblicamente queste dinamiche.

Il quadro che emerge è quello di un’industria dalle molte ombre, dove il talento deve spesso negoziare con forze che vanno ben oltre la recitazione. Nel Karnataka, come nota la stampa indiana, il cinema in lingua kannada fatica a trattenere il pubblico, che preferisce le grandi produzioni in telugu o hindi, mentre i giovani attori locali, pur sostenuti dalla critica, non riescono a riempire le sale. È un ecosistema in cui la distanza tra il successo effimero e la costruzione di una carriera solida si misura anche nella capacità di resistere a pressioni economiche, culturali e, a volte, criminali. E in cui, per alcuni, la scelta più radicale resta quella di spegnere i riflettori e tornare, come ha fatto Perizaad Zorabian, a occuparsi di polli.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 1 lingue

62%
TonoTemperaturaFocusPosizionamentoOrizzonte
Stampa indiana e sudasiaticaStampa del Golfo arabo
Stampa indiana e sudasiatica
PragmatismoIndignazioneScetticismo

I media indiani mettono in luce le molteplici ragioni per cui gli attori abbandonano lo schermo: dal successo imprenditoriale di Perizaad Zorabian con il suo impero avicolo, alla fuga di Kamal Haasan dalle minacce della malavita, fino alle denunce delle attrici sugli sguardi sessisti. I problemi strutturali dell'industria, come la scarsità di progetti al femminile nel cinema Kannada, sono sotto esame.

Stampa del Golfo arabo
TrionfoPragmatismo

La stampa del Golfo celebra la trasformazione di Perizaad Zorabian da fugace fama bollywoodiana a un'azienda avicola da 1,2 miliardi di rupie, inquadrando la sua uscita di scena come una mossa intelligente e non pianificata verso l'imprenditoria. La storia sottolinea la portata finanziaria e l'eredità dell'impresa familiare.

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venerdì 26 giugno 2026

Quando il cinema indiano chiede un prezzo troppo alto: storie di addii e sguardi

Da Mumbai a Bangalore, attori e attrici raccontano le ragioni profonde di chi lascia la celebrità o ne denuncia le ombre, tra imprenditoria, criminalità e cultura patriarcale.

A una festa di famiglia, una giovane donna di origini iraniane viene notata da un coordinatore di moda. È l’inizio involontario di una carriera che porterà Perizaad Zorabian sul set con Amitabh Bachchan, Om Puri e Shabana Azmi, nei primi anni Duemila, in quel cinema indiano di lingua inglese e hindi che cercava nuove strade tra blockbuster e film d’autore. La sua entrata nel mondo dello spettacolo, ha raccontato in seguito, fu un «incidente»: il vero sogno, custodito fin da bambina, era l’impresa. Dopo un MBA a New York e un anno di recitazione al Lee Strasberg Institute, la Zorabian era tornata a Mumbai per occuparsi dell’azienda avicola di famiglia, la Zorabian Chicken. Poi arrivò quello spot per una crema schiarente, e tutto cambiò.

Eppure, dopo una manciata di pellicole e una crescente visibilità, la Zorabian scelse di andarsene. Non fu una rottura traumatica, ma una lenta presa di distanza, accelerata dal matrimonio con un uomo d’affari che le chiese di non passare mesi lontano da casa per le riprese. A trentatré anni, con un figlio in arrivo, rifiutò ruoli in film di registi affermati e tornò a tempo pieno all’attività di famiglia, che oggi fattura oltre un miliardo e duecento milioni di rupie. La sua non è una storia isolata. Nell’India del cinema, abbandonare il set quando le luci sono ancora accese è un gesto che interroga l’intera industria.

Lo sa bene Kamal Haasan, che negli anni Ottanta, all’apice della popolarità a Bombay, decise di ritirarsi dalla scena hindi. Dopo il successo di “Ek Duuje Ke Liye” e la consacrazione con “Sadma” e “Sagar”, l’attore tamil si allontanò denunciando un ambiente in cui, a suo dire, il crimine organizzato e il denaro sporco erano diventati presenza quotidiana. In dichiarazioni riprese dalla stampa indiana, Haasan ha spiegato di non aver voluto né combattere apertamente né sottomettersi a quei meccanismi: semplicemente, se ne andò. La sua scelta, letta oggi, appare come un raro caso di autoconservazione artistica in un’epoca in cui, secondo molte testimonianze, il finanziamento dei film passava spesso attraverso canali opachi e pressioni mafiose.

Se Haasan e la Zorabian hanno scelto la porta d’uscita, altre voci restano dentro il sistema per raccontarne le crepe. L’attrice Tamannaah Bhatia, volto noto del cinema tamil, telugu e hindi, ha recentemente descritto il disagio di lavorare in un’industria dove, ha affermato, «molti guardano le attrici in un modo che non è normale». Non si tratta, ha precisato, di colpe individuali, ma di una mentalità plasmata da secoli di struttura patriarcale, particolarmente radicata in alcune regioni del Sud, dove la socializzazione tra uomini e donne resta limitata. La Bhatia ha parlato di sguardi fissi e insistenti, di una curiosità che sconfina nell’invadenza, e ha accolto con favore il fatto che oggi sempre più colleghe trovino il coraggio di denunciare pubblicamente queste dinamiche.

Il quadro che emerge è quello di un’industria dalle molte ombre, dove il talento deve spesso negoziare con forze che vanno ben oltre la recitazione. Nel Karnataka, come nota la stampa indiana, il cinema in lingua kannada fatica a trattenere il pubblico, che preferisce le grandi produzioni in telugu o hindi, mentre i giovani attori locali, pur sostenuti dalla critica, non riescono a riempire le sale. È un ecosistema in cui la distanza tra il successo effimero e la costruzione di una carriera solida si misura anche nella capacità di resistere a pressioni economiche, culturali e, a volte, criminali. E in cui, per alcuni, la scelta più radicale resta quella di spegnere i riflettori e tornare, come ha fatto Perizaad Zorabian, a occuparsi di polli.

Divergenza delle fonti

Media e Intrattenimento · 1 testata · 1 lingua

62%Alta

Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

Come si dividono

Favorevole25%
Neutrale25%
Critico50%

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 1 lingue

TonoTemperaturaFocusPosizionamentoOrizzonte
Stampa indiana e sudasiaticaStampa del Golfo arabo
Stampa indiana e sudasiatica
PragmatismoIndignazioneScetticismo

I media indiani mettono in luce le molteplici ragioni per cui gli attori abbandonano lo schermo: dal successo imprenditoriale di Perizaad Zorabian con il suo impero avicolo, alla fuga di Kamal Haasan dalle minacce della malavita, fino alle denunce delle attrici sugli sguardi sessisti. I problemi strutturali dell'industria, come la scarsità di progetti al femminile nel cinema Kannada, sono sotto esame.

Stampa del Golfo arabo
TrionfoPragmatismo

La stampa del Golfo celebra la trasformazione di Perizaad Zorabian da fugace fama bollywoodiana a un'azienda avicola da 1,2 miliardi di rupie, inquadrando la sua uscita di scena come una mossa intelligente e non pianificata verso l'imprenditoria. La storia sottolinea la portata finanziaria e l'eredità dell'impresa familiare.

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