
Doha, intesa sul dopo-Khamenei: colloqui indiretti Usa-Iran, progressi su Hormuz e nucleare
Il Qatar annuncia un’avanzamento positivo nei negoziati tecnici mediati con il Pakistan; la prossima sessione sarà fissata dopo i funerali della Guida suprema iraniana.
I mediatori del Qatar e del Pakistan hanno concluso a Doha una tornata di colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran, registrando quello che il portavoce della diplomazia qatariota, Majed al-Ansari, ha definito un «progresso positivo» sui dossier legati al memorandum d’intesa firmato a Islamabad. Le delegazioni, che non si sono incontrate direttamente ma hanno dialogato attraverso i rispettivi intermediari – gli americani con i qatarioti, gli iraniani con i pakistani – hanno concordato di proseguire le discussioni tecniche. La data del prossimo round, hanno precisato fonti vicine al negoziato, sarà annunciata «appena possibile dopo la conclusione delle cerimonie funebri per la Guida suprema Ali Khamenei», la cui scomparsa, in circostanze non ancora chiarite, ha introdotto un elemento di incertezza nella già fragile architettura del dialogo.
Secondo l’impostazione di Washington, l’obiettivo immediato è consolidare una «calma di fase» che consenta di avanzare su tutti i fronti del memorandum, a cominciare dal disarmo nucleare. Il presidente Donald Trump ha parlato di «incontri molto buoni» e di progressi nella rimozione dell’uranio altamente arricchito, mentre il vicepresidente J.D. Vance ha subordinato la continuità del percorso al comportamento iraniano nelle prossime settimane. Dal canto loro, fonti vicine all’establishment di Teheran descrivono la priorità iraniana in due punti: il riconoscimento internazionale del controllo sulla navigazione nello Stretto di Hormuz, con la possibilità di imporre pedaggi alle navi in transito, e lo sblocco di sei miliardi di dollari di asset congelati. La Repubblica islamica, che non ha ratificato la Convenzione ONU sul diritto del mare, rivendica insieme all’Oman la sovranità sul passaggio strategico per gli approvvigionamenti energetici globali e ha minacciato di usare la forza contro le imbarcazioni che non seguissero le rotte da essa autorizzate.
Il negoziato si innesta su un contesto regionale segnato dalla guerra scoppiata a fine febbraio con gli attacchi americano-israeliani contro l’Iran e proseguita con scambi di colpi che hanno coinvolto anche il Libano e la Siria. Il memorandum in 14 punti, firmato elettronicamente il 18 giugno dai presidenti Masoud Pezeshkian e Donald Trump, prevede la cessazione delle ostilità, la riapertura dello Stretto, la revoca del blocco navale imposto dagli Stati Uniti e l’avvio di un negoziato di sessanta giorni per un accordo definitivo. In questo quadro, il Comando centrale americano (CENTCOM) ha riunito a Manama i vertici militari di dodici paesi della regione – inclusi per la prima volta Libano e Siria – per ribadire l’impegno alla libertà di navigazione e al rafforzamento della cooperazione difensiva.
Agli occhi delle capitali europee, e di Roma in particolare, la stabilizzazione dello Stretto di Hormuz rappresenta un interesse diretto: circa un quinto del petrolio mondiale transita da quel collo di bottiglia, e un’interruzione prolungata avrebbe ripercussioni immediate sui prezzi dell’energia e sulla sicurezza degli approvvigionamenti del Mediterraneo. La diplomazia svizzera, che aveva ospitato il vertice preparatorio sul lago di Lucerna, continua a seguire il dossier come facilitatore, mentre Bruxelles osserva con attenzione l’evoluzione del cessate il fuoco in Libano, la cui tenuta è stata oggetto di rassicurazioni americane a Teheran durante i colloqui di Doha. Il percorso negoziale resta tuttavia esposto alle variabili interne iraniane, alla transizione successoria e alla pressione delle fazioni più intransigenti, in un equilibrio che i mediatori del Golfo descrivono come «estremamente delicato».
| Stampa iraniana e affini | −0.30 | critical |
|---|---|---|
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.50 | critical |
| Stampa del Golfo arabo | 0.00 | neutral |
L'Iran respinge ogni pressione esterna e riafferma la propria sovranità: i negoziati sono solo un tassello in una lotta più ampia contro l'arroganza americana e le cospirazioni israeliane.
Si costruisce una gerarchia in cui la minaccia esistenziale (Israele/USA) viene posta al di sopra del dettaglio diplomatico, rendendo il 'progresso' negoziale irrilevante se non accompagnato da garanzie di sicurezza.
Viene omesso che i 6 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati in Qatar non sono ancora stati trasferiti e che il ruolo qatariota è condizionato all'andamento dei negoziati.
Gli Stati Uniti e i loro alleati mantengono la pressione sull'Iran: il progresso diplomatico è reale ma condizionato dal comportamento iraniano, mentre le minacce israeliane e le dichiarazioni bellicose di Teheran alimentano un clima di sfiducia.
Si presenta una simmetria di minacce (Israele vs Iran) che neutralizza il 'progresso' qatariota, suggerendo che la diplomazia è solo una facciata mentre entrambe le parti si preparano allo scontro.
Viene omesso il lutto interno iraniano e l'enfasi sulla continuità del regime dopo la morte della Guida, nonché il dettaglio che i fondi congelati sono destinati a beni umanitari.
Il Qatar agisce come garante tecnico-finanziario: i negoziati procedono secondo regole precise, e il trasferimento dei fondi avverrà solo quando le condizioni concordate saranno soddisfatte.
Si trasforma una questione geopolitica in una procedura amministrativa, spostando l'attenzione dal contenuto politico ai meccanismi di pagamento e alla tempistica, il che depotenzia la carica emotiva del 'progresso'.
Vengono omessi il complotto israeliano per assassinare funzionari iraniani e le dichiarazioni bellicose di Teheran sulla potenza missilistica, che avrebbero introdotto elementi di tensione nel quadro negoziale.
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