
Crollo del Ponte Morandi: 12 anni a Castellucci, prima sentenza su 57 imputati
Il tribunale di Genova condanna 32 persone per il disastro dell'agosto 2018, mentre 25 vengono assolte o vedono i reati prescritti; la difesa annuncia appello.
Con una sentenza attesa da quasi otto anni, il tribunale di Genova ha condannato l'ex amministratore delegato di Autostrade per l'Italia, Giovanni Castellucci, a dodici anni di reclusione per il crollo del Ponte Morandi, che il 14 agosto 2018 causò la morte di 43 persone. Il collegio presieduto dal giudice Paolo Lepri ha riconosciuto la responsabilità di 32 dei 57 imputati, infliggendo pene che vanno da un anno e undici mesi a undici anni per altri ex dirigenti, tra cui Michele Donferri Mitelli, ex responsabile delle manutenzioni. Venticinque imputati sono stati assolti o hanno beneficiato della prescrizione per alcuni capi d'accusa. La pena per Castellucci, già detenuto per un'altra condanna relativa a un incidente stradale del 2013, è inferiore ai diciotto anni e sei mesi richiesti dalla procura, ma conferma l'impianto accusatorio che ha puntato sulla sistematica omissione dei controlli e delle manutenzioni.
Secondo la ricostruzione dell'accusa, sostenuta dalla Guardia di Finanza e dai pubblici ministeri Walter Cotugno e Marco Airoldi, il viadotto progettato da Riccardo Morandi era affetto da un degrado noto da decenni, ma gli interventi necessari furono rinviati per contenere i costi e massimizzare i profitti della concessionaria, allora controllata dalla holding Atlantia della famiglia Benetton. La difesa di Castellucci e degli altri imputati ha invece insistito su un vizio occulto di costruzione, in particolare la corrosione dei tiranti in acciaio annegati nel cemento, che avrebbe reso il crollo inevitabile a prescindere dalla manutenzione. I legali hanno annunciato ricorso in appello, sostenendo che la sentenza equipara la posizione gerarchica alla responsabilità penale. Sul piano civile, Autostrade per l'Italia e la controllata Spea hanno già versato circa 29 milioni di euro allo Stato e risarcimenti per circa 60 milioni alle famiglie delle vittime, mentre l'attuale amministratore delegato, Arrigo Giana, ha presentato le prime scuse pubbliche dell'azienda alla vigilia del verdetto, un gesto accolto con freddezza dai familiari.
La sentenza si inserisce in un dibattito più ampio sulla gestione delle infrastrutture italiane e sul ruolo dei concessionari privati. Dopo il disastro, il governo Conte impose la revoca della concessione ad Autostrade, che tornò sotto controllo pubblico attraverso un'operazione da 9,3 miliardi di euro. Osservatori europei notano come il caso genovese abbia accelerato l'adozione di norme più stringenti sul monitoraggio dei ponti e delle gallerie in Italia, ma anche come la durata del processo – quattro anni di dibattimento e quasi tre di indagini – sollevi interrogativi sulla capacità del sistema giudiziario di affrontare contenziosi complessi prima che scattino le prescrizioni. Il viceministro alle Infrastrutture, Edoardo Rixi, ha definito la sentenza «un passo importante verso la verità e la giustizia», mentre il comitato dei familiari delle vittime, pur esprimendo soddisfazione per le condanne, ha chiesto di leggere attentamente le motivazioni per valutare l'effettiva portata delle assoluzioni e delle attenuanti.
La nuova infrastruttura, il ponte San Giorgio disegnato da Renzo Piano e inaugurato nel 2020, ha restituito alla città un collegamento vitale, ma la memoria del crollo resta un monito. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro sei mesi, e si prevede che il caso approderà alla Corte d'Appello e poi in Cassazione, in un iter che potrebbe durare anni. Nel frattempo, la vicenda continua a influenzare il rapporto tra opinione pubblica, concessionari e autorità di controllo, in un paese dove il patrimonio infrastrutturale invecchiato richiede investimenti e sorveglianza costanti.
| Stampa europea continentale | −0.40 | critical |
|---|---|---|
| Stampa atlantica / anglosfera | 0.00 | neutral |
La sentenza di Genova è un atto di giustizia che finalmente riconosce le colpe dei vertici aziendali. Le 43 vite spezzate non saranno dimenticate, e la condanna a 12 anni è un segnale che la negligenza non può restare impunita.
La narrazione enfatizza la lunga attesa delle famiglie e la gravità delle negligenze, trasformando il verdetto in un simbolo di responsabilità collettiva. L'uso di dettagli emotivi e la cronologia del disastro rafforzano l'idea che la giustizia sia stata tardiva ma necessaria.
Un tribunale italiano ha emesso il verdetto per il crollo del ponte di Genova del 2018. L'ex amministratore delegato è stato condannato a 12 anni di carcere. I familiari delle vittime erano presenti in aula.
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