
Xi lancia l’organizzazione mondiale per l’IA e sfida l’Occidente sulla governance
Con la nascita della WAICO e un discorso che rivendica un’intelligenza artificiale aperta e non monopolistica, Pechino si propone come alternativa a Washington e Bruxelles nella definizione delle regole globali.
Il 17 luglio 2026, inaugurando a Shanghai la Conferenza mondiale sull’intelligenza artificiale (WAIC), il presidente cinese Xi Jinping ha annunciato la creazione della World Artificial Intelligence Cooperation Organization (WAICO), un organismo intergovernativo a cui hanno già aderito ventinove paesi, tra cui Russia, Brasile, Indonesia, Pakistan e diverse nazioni africane e asiatiche. Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito, India e la maggior parte dei membri del G7 sono rimasti fuori dall’intesa. Xi ha descritto l’iniziativa come «una pietra miliare nella storia dello sviluppo globale dell’IA» e ha insistito perché la tecnologia non diventi «un’esibizione solitaria di un singolo paese, ma una sinfonia di cooperazione internazionale», promettendo cinquemila opportunità di formazione per i paesi in via di sviluppo e la creazione di centri di cooperazione con Asean, Unione Africana, Brics e altri blocchi del Sud globale.
Secondo l’ottica di Pechino, la WAICO rappresenta la risposta strutturale a un ordine tecnologico percepito come diseguale. La Cina accusa Washington di usare il pretesto della sicurezza nazionale per imporre restrizioni all’export di semiconduttori avanzati e per blindare un monopolio di fatto sull’IA generativa, mentre i modelli cinesi open source – da DeepSeek a Kimi K3 di Moonshot AI – guadagnano quote di mercato proprio per il costo inferiore e la possibilità di personalizzazione. Fonti vicine all’amministrazione cinese inquadrano l’iniziativa come un tentativo di «democratizzare l’accesso all’IA» e di impedire che «poche potenze controllino una tecnologia strategica». La presenza personale di Xi, che non aveva mai inaugurato la WAIC nelle otto edizioni precedenti, segnala la trasformazione della conferenza da vetrina industriale a piattaforma diplomatica, in linea con la strategia di Pechino di usare l’IA come leva per ridisegnare la governance globale.
Dall’altra parte dell’Atlantico e a Bruxelles, la lettura è diversa. Gli Stati Uniti, secondo analisti vicini al Congresso, considerano la WAICO un’operazione di soft power che punta a esportare standard tecnologici e normativi allineati agli interessi cinesi, scavalcando i consessi multilaterali esistenti. L’amministrazione americana continua a puntare sulla leadership del settore privato e sul controllo delle catene di approvvigionamento dei chip, mentre l’Unione Europea ha già adottato un quadro regolatorio (l’AI Act) incentrato su diritti fondamentali, trasparenza e responsabilità giuridica. L’assenza di entrambi i blocchi dalla WAICO delinea un paesaggio frammentato, in cui la competizione tecnologica si traduce in una gara per la definizione delle regole. Il segretario generale dell’ONU, António Guterres, pur sostenendo l’iniziativa, ha ammonito che «nessun pugno di paesi o aziende» deve controllare il futuro dell’IA, chiedendo standard transfrontalieri e un fondo globale per colmare il divario digitale.
Le implicazioni per l’Europa e l’Italia sono immediate. La nascita di un polo cinese di governance dell’IA rischia di accelerare la biforcazione degli ecosistemi digitali, costringendo governi e imprese a scegliere tra standard e catene di fornitura concorrenti. L’Italia, che partecipa ai negoziati europei sull’AI Act e ospita centri di ricerca avanzata, si trova a dover bilanciare la protezione dei diritti con la necessità di non restare esclusa dai mercati del Sud globale, dove i modelli open source cinesi stanno diventando lo standard di fatto. I prossimi passi concreti includono l’avvio dei lavori della WAICO a Shanghai, la definizione dei suoi meccanismi di coordinamento tecnico e l’attesa per la risposta occidentale, che potrebbe tradursi in un rafforzamento di iniziative come il “Pax Silica” americano o in nuove proposte in seno al G7 e all’OCSE.
| Stampa sud-est asiatica | +0.70 | aligned |
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| Stampa latinoamericana | 0.00 | neutral |
| Stampa russa e CSI | +0.40 | aligned |
Il Sud-est asiatico riproietta l'iniziativa cinese come una sfida diretta all'egemonia tecnologica statunitense, celebrando l'offerta di formazione come un'opportunità per i paesi in via di sviluppo.
Enfatizzando il contrasto con gli Stati Uniti e usando il termine 'tantang dominasi' (sfida alla dominazione), il blocco costruisce una narrazione di competizione bipolare in cui la Cina è il campione del Sud globale.
Le preoccupazioni per l'uso militare e cibernetico dell'IA, menzionate in altri blocchi, sono assenti.
L'America Latina riporta l'avvertimento di Xi contro il dominio unilaterale dell'IA, sottolineando la necessità di regole internazionali e controllo umano.
Citando direttamente le parole di Xi senza aggiungere commenti, il blocco adotta un tono di cronaca che trasforma il discorso in una cautela condivisa, senza schierarsi.
L'offerta concreta di 5.000 corsi di formazione, che è il fulcro della notizia, non viene menzionata.
La Russia presenta la proposta cinese come un modello di governance etica e giusta, sostenendo la creazione di un sistema globale di IA basato sul consenso.
Enfatizzando i termini 'giusto' e 'etico', il blocco associa la Cina a valori universali, legittimando la sua leadership nel settore.
L'offerta di 5.000 corsi e la sfida alla dominanza statunitense sono assenti.
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