
Oro sotto 4.000 dollari: correzione ai minimi di sette mesi tra tassi USA e riposizionamento asiatico
Il crollo del 14% nel secondo trimestre riflette l'inasprimento della Fed e lo spostamento della domanda verso l'Asia, mentre i mercati attendono i dati sul lavoro americano.
L'oro spot è scivolato sotto la soglia psicologica dei 4.000 dollari l'oncia, toccando i minimi da novembre a 3.979 dollari, con un calo intraday dello 0,7%. La correzione da inizio anno supera il 7% rispetto al record di 5.405 dollari di fine gennaio, e il secondo trimestre si è chiuso con un tonfo del 14%, il peggiore dal 2013. A Dubai, il grammo d'oro 24 carati è sceso a 481,50 dirham, l'11% in meno rispetto a inizio giugno, segnalando un raffreddamento della domanda al dettaglio nei mercati mediorientali.
La pressione ribassista è alimentata dal rialzo dei rendimenti dei Treasury e dal dollaro forte, in un contesto di aspettative di ulteriori strette monetarie. La presidente della Fed di Cleveland, Beth Hammack, ha dichiarato di non vedere prove sufficienti di un freno all'economia e di poter sostenere nuovi rialzi dei tassi. I mercati scontano ora una probabilità del 67% di un aumento a settembre. Parallelamente, il conflitto USA-Iran, pur sostenendo i prezzi del petrolio, non ha offerto sostegno all'oro: secondo il World Gold Council, la crisi ha generato un fabbisogno di liquidità nei Paesi del Golfo e in India, frenando gli acquisti di metallo prezioso. L'India ha limitato le importazioni per preservare le riserve valutarie, mentre la chiusura dello Stretto di Hormuz ha privato i produttori arabi di parte dei proventi petroliferi.
In questo scenario, il baricentro della domanda si sta spostando dall'Occidente all'Asia. Gli investitori cinesi, indiani e giapponesi hanno sostenuto i rimbalzi dei prezzi durante le ore di negoziazione asiatiche, mentre le sedute americane hanno registrato le maggiori pressioni al ribasso. La Cina continua ad accumulare riserve auree per diversificare dal dollaro e rafforzare la credibilità dello yuan. Secondo il World Gold Council, se le attuali attese di un rialzo Fed entro ottobre e di un'inflazione USA al 3,9% nel secondo trimestre saranno confermate, l'oro potrebbe oscillare in un intervallo del 5% attorno a 4.100 dollari fino a fine anno.
Il quadro tecnico aggiunge segnali negativi: la media mobile a 200 giorni è scesa sotto quella a 50 giorni, formando un "death cross" che per molti trader prefigura un trend ribassista di lungo periodo. Tuttavia, un calo superiore al 10% rispetto ai livelli attuali attirerebbe acquirenti di lungo termine, soprattutto in Asia, offrendo un pavimento alla correzione. I prossimi dati sull'occupazione USA – ADP e nonfarm payrolls – saranno decisivi per confermare o ridimensionare le scommesse sui tassi, determinando la direzione del metallo giallo nella seconda metà dell'anno.
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Il calo del prezzo dell'oro è legato allo svanire delle speranze di un accordo di pace tra USA e Iran e alle attese di un inasprimento della Fed. Lo spettro di un conflitto più ampio, con Trump informato sulle opzioni di guerra, alimenta il nervosismo dei mercati e i timori di inflazione, allontanando gli investitori dall'oro. La regione osserva con apprensione mentre le tensioni geopolitiche e la politica monetaria USA si combinano per deprimere il metallo.
Il rally dell'oro è finito per ora, come una festa che lascia il posto alla sbornia. Dopo aver raggiunto massimi record sopra i 5400 dollari a gennaio, il prezzo è crollato sotto i 4000, lasciando gli investitori disillusi. Tuttavia, alcuni vedono ragioni per un boom continuo, puntando sulla domanda asiatica, in particolare cinese, che potrebbe spostare il baricentro del mercato.
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