
Ormuz, la fragile riapertura dopo l’intesa: traffico in ripresa ma mine e incognite giuridiche rallentano la normalizzazione
Le 25 navi transitate il 18 giugno segnano il primo segnale concreto, ma il canale centrale minato e la diffidenza degli armatori frenano il ritorno ai flussi prebellici.
Il 18 giugno, venticinque navi mercantili hanno attraversato lo Stretto di Ormuz, il numero più alto da metà aprile e cinque volte la media dei primi dieci giorni del mese, quando gli scontri tenevano sigillato il passaggio. Il dato, diffuso dalle agenzie di tracciamento AXSMarine e Kpler, arriva dopo il memorandum d’intesa del 14 giugno: 107 giorni di guerra avevano paralizzato il corridoio da cui transita un quinto del petrolio mondiale.
La riapertura resta parziale. Il canale centrale è punteggiato da circa ottanta mine posate da Teheran, stima Intertanko; rimuoverle richiederà almeno quaranta-cinquanta giorni. Per ora si usano solo i corridoi laterali, con una capacità massima di 80 transiti al giorno contro i 120-150 prebellici. Oltre 500 mercantili sono ancora bloccati nel Golfo con 11.000 marittimi a bordo. Grandi armatori come Maersk hanno sospeso le traversate, mentre l’Iran esige richieste di passaggio con 48 ore di anticipo. Teheran ha sospeso per 60 giorni ogni pedagogio, ma il memorandum evoca futuri «tributi di servizio» in violazione del diritto internazionale, che vieta tasse sul transito negli stretti.
Sui mercati, il premio di rischio bellico si è attenuato: i prezzi del greggio sono scesi, proiettando sollievo sulle economie importatrici. Per l’Italia e l’Europa, minori costi energetici potrebbero raffreddare l’inflazione, ma la volatilità permane. Una normalizzazione completa dei flussi, sommata all’uscita degli Emirati dall’OPEC, rischia di innescare un eccesso di offerta e una guerra dei prezzi tra produttori, con ripercussioni sugli equilibri fiscali dei paesi esportatori.
Il banco di prova sarà la tenuta della tregua nei 60 giorni previsti per negoziare un accordo definitivo sul nucleare iraniano — negoziati già rinviati a data da destinarsi. La reale solidità dell’intesa si misurerà dal flusso stabile e bidirezionale di petroliere, oltre che dall’avvio effettivo delle operazioni di sminamento. Fino ad allora, lo Stretto di Ormuz resterà un termometro instabile della fiducia globale.
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Contrariamente ai vanti di Washington, lo Stretto di Hormuz è tutt'altro che completamente aperto. Sebbene il traffico sia leggermente aumentato, le navi restano soggette a pesanti regolamentazioni da parte delle autorità iraniane, e le ambiziose affermazioni di una riapertura totale sono quantomeno premature.
La riapertura dello Stretto di Hormuz segna un passo avanti tangibile, con il traffico marittimo quintuplicato subito dopo l'accordo USA-Iran. Rimane dell'imprevedibilità, ma i risultati concreti in mare mostrano che la diplomazia può portare rapidi dividendi, anche se la piena normalizzazione è ancora in corso.
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