
New York, il prezzo del fallimento: i Mets licenziano Mendoza, i Rangers si muovono nell’ombra
La squadra più costosa della storia del baseball crolla a metà stagione e cambia guida tecnica, mentre nell’hockey la franchigia di Manhattan sistema il roster con uno scambio silenzioso.
La pazienza a Flushing è finita venerdì pomeriggio, quando i New York Mets hanno sollevato dall’incarico il manager venezuelano Carlos Mendoza. La mossa, annunciata dal presidente delle operazioni baseball David Stearns e dal proprietario Steve Cohen, arriva con la squadra a metà esatta della stagione regolare: un record di 34 vittorie e 47 sconfitte, l’ultimo posto nella National League East a quindici partite dai Braves e un distacco di nove gare e mezzo dall’ultimo biglietto per i playoff. Il tutto con un monte ingaggi da 329 milioni di dollari, il più alto della Major League, a cui si sommano oltre 120 milioni di luxury tax. Cohen non ha usato giri di parole: «Non c’è modo di addolcire la pillola: questa stagione è stata una delusione assoluta e i nostri tifosi meritano molto di più».
Il tracollo ha radici profonde e numeri impietosi. Nelle ultime sei partite, tutte perse, i Mets sono stati surclassati 58-22, con undici errori difensivi, compresi sei in una sola serata – un’umiliazione che non si vedeva dal 1962, anno di esordio della franchigia. L’attacco viaggia con il secondo peggior OPS della lega (.675), i lanciatori partenti hanno un’ERA di 4.90, terza peggiore, e la lista degli infortunati è un reparto di lusso: Francisco Lindor, Marcus Semien, Luis Robert Jr., Jorge Polanco e il closer Clay Holmes sono tutti fermi. La rivoluzione invernale che aveva salutato Pete Alonso e Brandon Nimmo per accogliere Bo Bichette, Devin Williams e Luke Weaver non ha prodotto l’effetto sperato. Al posto di Mendoza, traghettatore fino a ottobre, arriva Andy Green, ex manager dei Padres e uomo di front office, con il compito di limitare i danni prima di una probabile svendita alla scadenza degli scambi.
A poche miglia di distanza, nel ghiaccio del Madison Square Garden, i New York Rangers hanno scelto la via della chirurgia silenziosa. Venerdì il general manager Chris Drury ha ceduto l’ala ventitreenne Brett Berard ai Montreal Canadiens in cambio del difensore William Trudeau, mancino di 23 anni con quattro stagioni di AHL alle spalle. Berard, che in tredici gare con i Rangers in questa stagione era rimasto a secco di punti, non era più esente dal waiver e rischiava di essere perso per nulla. La dirigenza ha preferito incassare un profilo difensivo di profondità, Trudeau, che a Laval aveva prodotto otto gol e dodici assist in 62 partite. Non è la mossa che infiamma i tabloid, ma risponde a una logica di gestione degli asset che a New York, in entrambi gli sport, sta diventando una necessità.
La frenesia di muoversi subito, senza attendere la crescita interna, è il filo rosso che lega le due sponde dell’Atlantico sportivo nordamericano. Mentre i Mets licenziavano Mendoza, a Buffalo andava in scena il draft NHL, l’appuntamento annuale in cui le franchigie scelgono i migliori diciottenni del mondo. Eppure, secondo gli analisti del circuito, l’evento è stato oscurato dalla raffica di scambi delle ultime settimane: da Brady Tkachuk a Bo Byram, passando per Alex Tuch e Jordan Kyrou, il mercato ha assunto i tratti di una corsa all’affare prima che il mercato dei free agent si prosciughi. La pressione del “vincere adesso”, alimentata da proprietà miliardarie e tifoserie esigenti, spinge i general manager a monetizzare i giocatori in scadenza piuttosto che rischiare di perderli senza contropartita, come sanno bene a Tampa e a Buffalo.
Per le sette franchigie canadesi, il momento è delicato: la capacità di trattenere i talenti americani resta una scommessa, ma giocatori come Kyle Connor, Auston Matthews e Cole Caufield dimostrano che la voglia di competere può superare le sirene fiscali degli Stati Uniti. A New York, intanto, il conto alla rovescia è già partito: i Mets ospitano stanotte i Philadelphia Phillies con Green in panchina, mentre i Rangers archiviano la pratica Berard e guardano al training camp con un reparto arretrato un po’ più equilibrato. In entrambi i casi, la parola d’ordine è la stessa: riparare, in fretta, prima che la prossima crepa diventi una voragine.
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