
Meliá lascia Cuba dopo 36 anni: l’embargo USA spinge via l’ultimo gigante alberghiero spagnolo
La catena spagnola cessa tutte le operazioni sull’isola dal 24 luglio, piegata dalle sanzioni americane che rendono impossibile ogni stabilità operativa.
Venerdì 24 luglio Meliá Hotels International metterà fine a tutte le attività a Cuba, chiudendo una presenza cominciata nel 1990 con l’apertura del Sol Palmeras a Varadero. La decisione, comunicata alla CNMV spagnola, coinvolge 34 strutture e circa 14.000 camere, e segue il ritiro parziale di giugno, quando il gruppo aveva già abbandonato 15 hotel gestiti con il conglomerato militare GAESA. L’uscita totale cancella l’uso dei marchi, la ricezione turistica e la catena di fornitura locale.
La causa immediata sono le «notevoli difficoltà operative, legali, economiche e finanziarie» che, secondo la società, rendono «impossibile, di fatto e di diritto, una stabilità operativa minima». Il riferimento è al nuovo pacchetto di sanzioni firmato da Donald Trump a maggio, che minaccia banche e imprese straniere che collaborano con entità cubane sanzionate, e al blocco petrolifero imposto da Washington da gennaio, che ha ridotto l’isola a un unico carico di greggio russo. Già nel primo trimestre l’occupazione media degli hotel Meliá a Cuba era scesa al 34,1%, oltre sei punti in meno rispetto all’anno precedente, con un RevPAR di 34,4 euro, meno della metà della media globale del gruppo.
Per l’Europa, e in particolare per le catene alberghiere spagnole come Barceló e Iberostar, l’epilogo cubano di Meliá segnala la portata extraterritoriale delle sanzioni americane. La mossa di Washington costringe le imprese a scegliere tra il mercato statunitense e la permanenza sull’isola, un dilemma che già aveva spinto altre società straniere – da una banca a una compagnia mineraria – a disimpegnarsi. Fonti del settore a Madrid sottolineano che la filiale portoghese del gruppo sta lavorando a una transizione ordinata per limitare l’impatto su collaboratori, fornitori e clienti, mentre gli hotel potranno continuare a operare sotto gestione cubana, senza le insegne spagnole.
L’impatto finanziario della decisione è ancora in fase di valutazione e sarà reso noto con la pubblicazione dei conti del primo semestre. L’uscita di Meliá, primo gruppo straniero a scommettere sul turismo cubano dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ridisegna la mappa dell’ospitalità caraibica e lascia a L’Avana un vuoto difficile da colmare in una fase di crisi economica acuta, mentre l’embargo americano, in vigore dal 1962, continua a dettare le regole dell’impegno internazionale sull’isola.
| Stampa latinoamericana | −0.30 | critical |
|---|---|---|
| Stampa atlantica / anglosfera | 0.00 | neutral |
| Stampa europea continentale | −0.10 | neutral |
Cuba è vittima del blocco statunitense, che costringe le imprese straniere ad abbandonare l'isola.
La ripetizione del termine 'bloqueo' associa automaticamente la causa alla politica estera USA, senza considerare altri fattori economici interni.
Non menziona il legame con il gruppo Gaviota, legato all'esercito cubano, né la precedente uscita parziale di giugno.
Washington esercita una pressione crescente che rende impossibile operare a Cuba.
L'uso di 'pressione' e 'sanzioni' come fatti oggettivi, senza attribuire colpa, ma implicitamente riconoscendo la forza esterna.
Non utilizza il termine 'bloqueo' e non menziona il legame con il gruppo Gaviota né la durata trentennale della presenza.
Il blocco USA e le sanzioni hanno reso insostenibile la presenza di Meliá a Cuba.
Alternando 'bloqueo' e 'pression', si crea una narrazione di cause multiple ma tutte esterne.
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