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Geopolitica e Politicamercoledì 24 giugno 2026

Lo Zimbabwe allunga il mandato presidenziale: Mnangagwa verso il 2030

Il Senato approva la riforma che estende i termini a sette anni e affida al Parlamento l’elezione del capo dello Stato, blindando il potere di ZANU-PF.

Con 75 voti favorevoli e soli 4 contrari, il Senato dello Zimbabwe ha approvato mercoledì un pacchetto di emendamenti costituzionali che ridisegnano l’architettura istituzionale del Paese. La riforma, già passata all’Assemblea nazionale il 18 giugno con 216 sì e 42 no, allunga la durata del mandato presidenziale e parlamentare da cinque a sette anni e trasferisce al Parlamento il potere di eleggere il presidente, abolendo di fatto il voto popolare diretto introdotto nel 1987. Per l’83enne Emmerson Mnangagwa, al potere dal colpo di Stato militare del 2017 che estromise Robert Mugabe, ciò significa che il suo secondo e ultimo mandato costituzionale scadrà nel 2030 anziché nel 2028. Il testo attende ora la sola firma del capo dello Stato per entrare in vigore.

La modifica costituzionale è stata definita un “golpe costituzionale” dall’opposizione e da organizzazioni per i diritti umani. Secondo gli esponenti dell’opposizione, indebolita da anni di repressione e da elezioni contestate, la riforma serve a consolidare la presa di ZANU-PF, il partito che governa ininterrottamente dall’indipendenza del 1980, su un Paese ricco di risorse minerarie. Human Rights Watch ha denunciato che negli ultimi mesi polizia e uomini armati non identificati hanno minacciato, picchiato e arrestato attivisti e semplici cittadini contrari agli emendamenti. L’ex senatore dell’opposizione David Coltart ha parlato di “violazione effettiva” delle disposizioni costituzionali, compreso il diritto di voto, e ha annunciato il ricorso alla Corte Costituzionale per ottenere un referendum popolare, dopo che un primo tentativo di impugnare il disegno di legge è stato respinto il 17 giugno per assenza di fondamento giuridico.

Dal punto di vista del governo, la riforma è presentata come uno strumento per “rafforzare la stabilità politica e la continuità delle politiche, consentendo il completamento dei programmi di sviluppo”. L’esecutivo ha rivendicato un ampio sostegno popolare emerso da consultazioni pubbliche e ha escluso la necessità di un referendum. Analisti regionali osservano che la mossa si inserisce in una tendenza più ampia di prolungamento delle leadership nell’Africa australe, mentre fonti diplomatiche europee, pur senza commentare ufficialmente il voto, hanno più volte espresso preoccupazione per l’erosione degli standard democratici in Zimbabwe, un Paese con cui l’Unione Europea intrattiene relazioni economiche e di cooperazione condizionate al rispetto dei diritti civili e politici.

La parabola di Mnangagwa, soprannominato “il Coccodrillo” per la sua spietatezza politica, è segnata da una lunga militanza in ZANU-PF e dall’ascesa alla presidenza dopo il golpe che pose fine ai 37 anni di governo di Mugabe. Eletto nel 2018 e riconfermato nel 2023 in consultazioni giudicate poco democratiche dagli osservatori internazionali, non avrebbe potuto ricandidarsi nel 2028. Con il nuovo quadro normativo, il suo mandato si estende fino al 2030 e la scelta del successore sarà affidata al Parlamento, dove il partito di governo detiene una maggioranza schiacciante. La legge, ormai prossima alla promulgazione, segna un punto di svolta istituzionale le cui conseguenze, secondo gli analisti di Harare, si misureranno sulla capacità delle opposizioni e della società civile di mantenere aperto uno spazio di confronto legale e politico.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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ScetticismoPragmatismo

Il Senato dello Zimbabwe ha approvato a larga maggioranza un emendamento costituzionale che potrebbe mantenere il presidente Mnangagwa al potere fino al 2030. La legge, che sposta anche l'elezione presidenziale dal voto popolare al parlamento, è stata sostenuta dal partito di governo Zanu-PF. Mentre i critici denunciano una presa di potere, i sostenitori affermano che rafforzerà la stabilità politica.

Stampa europea continentale/ Mediterranea
IndignazionePaternalismo

La riforma costituzionale in Zimbabwe è una manovra ingannevole per consolidare il potere del presidente Mnangagwa, riecheggiando l'eredità autoritaria di Robert Mugabe. Dietro una facciata di rinnovamento democratico, l'estensione dei mandati e il passaggio all'elezione parlamentare servono a concentrare il potere, mentre gli investitori internazionali puntano alle ricchezze di litio del paese. La mossa sottolinea i riflessi autoritari duraturi del regime, con la complicità straniera.

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Lo Zimbabwe allunga il mandato presidenziale: Mnangagwa verso il 2030

Il Senato approva la riforma che estende i termini a sette anni e affida al Parlamento l’elezione del capo dello Stato, blindando il potere di ZANU-PF.

Con 75 voti favorevoli e soli 4 contrari, il Senato dello Zimbabwe ha approvato mercoledì un pacchetto di emendamenti costituzionali che ridisegnano l’architettura istituzionale del Paese. La riforma, già passata all’Assemblea nazionale il 18 giugno con 216 sì e 42 no, allunga la durata del mandato presidenziale e parlamentare da cinque a sette anni e trasferisce al Parlamento il potere di eleggere il presidente, abolendo di fatto il voto popolare diretto introdotto nel 1987. Per l’83enne Emmerson Mnangagwa, al potere dal colpo di Stato militare del 2017 che estromise Robert Mugabe, ciò significa che il suo secondo e ultimo mandato costituzionale scadrà nel 2030 anziché nel 2028. Il testo attende ora la sola firma del capo dello Stato per entrare in vigore.

La modifica costituzionale è stata definita un “golpe costituzionale” dall’opposizione e da organizzazioni per i diritti umani. Secondo gli esponenti dell’opposizione, indebolita da anni di repressione e da elezioni contestate, la riforma serve a consolidare la presa di ZANU-PF, il partito che governa ininterrottamente dall’indipendenza del 1980, su un Paese ricco di risorse minerarie. Human Rights Watch ha denunciato che negli ultimi mesi polizia e uomini armati non identificati hanno minacciato, picchiato e arrestato attivisti e semplici cittadini contrari agli emendamenti. L’ex senatore dell’opposizione David Coltart ha parlato di “violazione effettiva” delle disposizioni costituzionali, compreso il diritto di voto, e ha annunciato il ricorso alla Corte Costituzionale per ottenere un referendum popolare, dopo che un primo tentativo di impugnare il disegno di legge è stato respinto il 17 giugno per assenza di fondamento giuridico.

Dal punto di vista del governo, la riforma è presentata come uno strumento per “rafforzare la stabilità politica e la continuità delle politiche, consentendo il completamento dei programmi di sviluppo”. L’esecutivo ha rivendicato un ampio sostegno popolare emerso da consultazioni pubbliche e ha escluso la necessità di un referendum. Analisti regionali osservano che la mossa si inserisce in una tendenza più ampia di prolungamento delle leadership nell’Africa australe, mentre fonti diplomatiche europee, pur senza commentare ufficialmente il voto, hanno più volte espresso preoccupazione per l’erosione degli standard democratici in Zimbabwe, un Paese con cui l’Unione Europea intrattiene relazioni economiche e di cooperazione condizionate al rispetto dei diritti civili e politici.

La parabola di Mnangagwa, soprannominato “il Coccodrillo” per la sua spietatezza politica, è segnata da una lunga militanza in ZANU-PF e dall’ascesa alla presidenza dopo il golpe che pose fine ai 37 anni di governo di Mugabe. Eletto nel 2018 e riconfermato nel 2023 in consultazioni giudicate poco democratiche dagli osservatori internazionali, non avrebbe potuto ricandidarsi nel 2028. Con il nuovo quadro normativo, il suo mandato si estende fino al 2030 e la scelta del successore sarà affidata al Parlamento, dove il partito di governo detiene una maggioranza schiacciante. La legge, ormai prossima alla promulgazione, segna un punto di svolta istituzionale le cui conseguenze, secondo gli analisti di Harare, si misureranno sulla capacità delle opposizioni e della società civile di mantenere aperto uno spazio di confronto legale e politico.

Divergenza delle fonti

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Il Senato dello Zimbabwe ha approvato a larga maggioranza un emendamento costituzionale che potrebbe mantenere il presidente Mnangagwa al potere fino al 2030. La legge, che sposta anche l'elezione presidenziale dal voto popolare al parlamento, è stata sostenuta dal partito di governo Zanu-PF. Mentre i critici denunciano una presa di potere, i sostenitori affermano che rafforzerà la stabilità politica.

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La riforma costituzionale in Zimbabwe è una manovra ingannevole per consolidare il potere del presidente Mnangagwa, riecheggiando l'eredità autoritaria di Robert Mugabe. Dietro una facciata di rinnovamento democratico, l'estensione dei mandati e il passaggio all'elezione parlamentare servono a concentrare il potere, mentre gli investitori internazionali puntano alle ricchezze di litio del paese. La mossa sottolinea i riflessi autoritari duraturi del regime, con la complicità straniera.

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