
Il flirt che non c’è: la gentilezza scambiata per amore e altre confusioni sentimentali
Da Accra a Tel Aviv, le giovani generazioni raccontano la fatica di amare in un tempo in cui ogni gesto gentile viene letto come un invito, e la spontaneità diventa una forma di resistenza.
«Dio, sei così una civetta». L’amica alza gli occhi al cielo, il bicchiere di birra si appanna nel caldo di un locale. La ragazza guarda il ragazzo con cui stava parlando, uno conosciuto a lezione, e si chiede se davvero stesse flirtando. Non ne aveva l’intenzione: aveva solo attaccato discorso. È una scena che si ripete identica in mille bar, ma che sulle pagine di un giornale di Accra diventa il sintomo di un malessere più largo. La cronista ghanese non è sola: la sua confessione – «non ci sto provando, sono solo gentile» – rimbalza come un’eco in un pianeta sentimentale dove i codici dell’incontro si sono fatti opachi.
Quella stessa settimana, un’altra voce femminile, sempre dall’Africa occidentale, dichiara di non avere alcuna voglia di uscire con qualcuno. Non è delusione, non è trauma: è stanchezza. «La mia mente è esausta per tutta la pressione che gli altri mettono su di me perché io abbia una relazione», scrive. E mentre scorre Instagram invece di sfogliare app di incontri, confessa di non sentire la mancanza di un corpo accanto, di preferire la palestra e le commedie romantiche guardate da sola. È un’indipendenza rivendicata con orgoglio, ma anche il segno di una generazione che ha imparato a diffidare delle situazioni ibride, quelle «situationship» in cui si fa tutto come una coppia seria ma senza mai nominarla.
Dall’India arriva una possibile via di fuga, un termine che sa di primavera: «wildflowering». L’app di incontri Bumble l’ha coniato osservando che in molti, con l’allungarsi delle giornate, si sentono più aperti, giocosi, disposti a lasciare che un legame cresca senza forzare etichette o la fatidica domanda «che cosa siamo?». Come un fiore selvatico, la relazione dovrebbe sbocciare con i suoi tempi. Gli esperti di Nuova Delhi mettono in guardia: se diventa una maschera per la paura di impegnarsi, il gioco si rompe. Ma l’idea di fondo – rallentare, non esigere gratificazioni istantanee – suona come un antidoto alla cultura dello swipe, e forse anche a quell’equivoco perenne tra gentilezza e corteggiamento.
Il bisogno di chiarezza, del resto, non riguarda solo l’amore nascente. Da Israele una trentenne confida la sua angoscia: dopo poche ore con le nipotine si sente svuotata, scomparsa a se stessa. «Se già così fatico, come farò a essere madre?». La risposta che le arriva cita Winnicott e la «madre sufficientemente buona»: amare non significa annullarsi, e la stanchezza non è una condanna. È la stessa tensione che attraversa le lettere al «National Post» canadese, dove una donna chiede come comportarsi con l’ex amica che, ubriaca, le diede della fallita perché single. Il consiglio è di trattarla come un’estranea in aereo: un sorriso, poi le cuffie. Nessuna resa dei conti, nessuna recita di pace.
Eppure il cuore, quando si spezza, non sa tacere. Sempre da Accra si leva il lamento di chi non riesce a fingere indifferenza: «Ho smesso di far finta che non mi importi che tu mi abbia spezzato il cuore». La bottiglia di vino la domenica sera, il sapore delle sigarette condivise in macchina, il pensiero fisso di lui che è tornato dall’ex senza nemmeno aspettare che il suo profumo svanisse dalla pelle. È un dolore che non cerca soluzioni, solo ascolto. E forse è proprio questo il punto: in un mondo che produce in continuazione manuali per dimenticare (la lista dei difetti, l’elastico al polso, il divieto di frequentare qualcuno subito dopo), la verità più scomoda è che certi sentimenti vanno attraversati, non rimossi. Come un fiore selvatico, anche il lutto del cuore ha i suoi tempi, e nessuna app può accelerarli.
| Stampa latinoamericana | −0.10 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa sud-est asiatica | 0.00 | neutral |
| Stampa israeliana | −0.30 | critical |
L'autrice si chiede dove sia finita la sua vita pre-digitale e lamenta la perdita di lentezza e incertezza.
Usa il contrasto tra passato e presente per creare un senso di perdita, senza offrire soluzioni.
Omette il contesto sociale delle interazioni digitali e le possibili interpretazioni positive della connettività.
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