
Le lacrime dell’infermiera e le macchine ferme: la cura che il mondo non sa più reggere
Dalla Svezia al Bangladesh, passando per il Brasile e il Messico, il corpo di chi assiste e di chi è assistito racconta una tensione globale che interroga anche l’Europa.
Durante il passaggio di consegne al reparto di cardiologia dell’ospedale universitario di Malmö, una giovane infermiera è scoppiata in lacrime. Non era la stanchezza di un turno qualunque: si sentiva inadeguata, colpevole di lasciare compiti inevasi alla collega del turno di notte. Pochi istanti dopo, anche la collega ha cominciato a piangere. L’episodio, raccontato dai rappresentanti sindacali svedesi, non è un caso isolato ma la punta visibile di un affanno che attraversa i sistemi di cura in ogni latitudine.
In Svezia, dove il dibattito sulla sanità domina la campagna per le elezioni regionali, il personale ospedaliero descrive turni raddoppiati fino a diciotto ore, ferie cancellate per mancanza di sostituti e una pressione che spinge i più esperti a lasciare. «Abbiamo lavorato una vita per prenderci cura dei nostri anziani, ma non ce la facciamo più», scrive un’assistente con quarant’anni di servizio. I sindacati di categoria, che rappresentano quasi trentamila lavoratori nella sola regione della Scania, chiedono di misurare il successo della sanità non sul numero di visite ma sul benessere di pazienti e operatori. Intanto, i partiti si dividono su come rafforzare la medicina di prossimità e se investire nella formazione sul climaterio per ridurre l’assenteismo femminile, mentre il governo nazionale ha appena varato una strategia contro la violenza d’onore che include screening e divieti di matrimoni tra cugini.
A migliaia di chilometri di distanza, il Consiglio nazionale di giustizia brasiliano registra un’impennata dei procedimenti per discriminazione legata all’orientamento sessuale e all’identità di genere: le nuove cause per pregiudizio verso persone transgender e non binarie sono quasi triplicate in un anno, passando da 83 a 221. Secondo le autorità giudiziarie, l’aumento riflette una maggiore emersione del fenomeno e l’efficacia di norme come il riconoscimento del nome sociale e del matrimonio egualitario. Parallelamente, la Commissione nazionale dei diritti umani messicana ha lanciato un appello urgente a tutti gli istituti penitenziari del Paese affinché adottino protocolli contro la violenza e l’isolamento indebito subiti dalle persone LGBT+ in carcere, dove il rischio di abusi resta sistemico.
In Bangladesh, la crisi della cura assume i contorni materiali di quasi cinquecento macchine radiologiche e quattrocento ecografi fuori uso negli ospedali di distretto, quelli a cui si rivolgono i cittadini più poveri. Il ministro della Salute ha ammesso in parlamento che gran parte delle apparecchiature è inservibile e che le procedure di acquisto e riparazione sono ferme da anni. Con un quarto dei posti da medico vacanti e una mortalità materna stimata in oltre quattromila decessi ogni centomila nati vivi, il sistema sanitario bengalese scarica sui corpi dei pazienti il costo di un’amministrazione che, secondo gli osservatori locali, non riesce a garantire nemmeno la manutenzione di base.
Queste storie, lette insieme, compongono un affresco in cui la fatica di chi cura e la vulnerabilità di chi è curato si toccano senza soluzione di continuità. Mentre in Europa il dibattito si concentra su salari, organici e modelli organizzativi, le macchine ferme di un ospedale rurale asiatico e le lacrime di un’infermiera scandinava raccontano la stessa verità: la promessa di una cura universale si sta sgretolando proprio nei corpi che dovrebbe proteggere.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Il personale sanitario dei reparti di cardiologia in Svezia lancia un grido d'allarme: carichi di lavoro insostenibili, troppi pazienti per infermiere e ferie cancellate stanno portando alle lacrime. Nonostante anni di avvertimenti, la carenza di organico persiste e i rinforzi promessi non arrivano mai. Il sistema assistenziale è al limite e chi lo tiene in piedi è esausto e demoralizzato.
La crisi nel reparto di cardiologia svela le profonde disuguaglianze di un sistema che svaluta il lavoro di cura, svolto in modo schiacciante dalle donne. Così come si denuncia la discriminazione contro le persone LGBTQIAPN+, lo sfruttamento degli operatori sanitari va affrontato come una questione di diritti e dignità. Lo Stato ha il dovere di garantire condizioni di lavoro dignitose e di fermare la sofferenza silenziosa di chi si prende cura degli altri.
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