
La terza ondata di raid americani sull’Iran rilancia lo scontro nel Golfo
Con oltre 300 obiettivi colpiti in una settimana, Washington risponde all’attacco a una nave mercantile e alla chiusura dello Stretto di Hormuz, mentre Teheran replica lanciando missili su basi statunitensi nella regione.
Nella notte tra sabato e domenica, il Comando centrale statunitense (Centcom) ha portato a termine la terza serie di attacchi aerei contro l’Iran nell’arco di una settimana, colpendo circa centoquaranta obiettivi militari. I bombardamenti – condotti con caccia, droni e navi da guerra – hanno preso di mira siti missilistici e di droni, depositi di munizioni, reti di comunicazione e postazioni di sorveglianza costiera. Secondo fonti del Pentagono, il bilancio complessivo delle operazioni notturne sale così a più di trecento obiettivi neutralizzati, con l’obiettivo dichiarato di «ridurre la capacità dell’Iran di attaccare i marinai civili e le navi commerciali che transitano liberamente nello Stretto di Hormuz».
L’escalation è stata innescata dall’assalto a una nave portacontainer battente bandiera cipriota, la M/V GFS Galaxy, che secondo la versione americana è stata colpita dalle forze dei Guardiani della rivoluzione mentre navigava nel corridoio internazionale dello stretto. Un membro dell’equipaggio risulta disperso e la nave, danneggiata in sala macchine, non è più in grado di proseguire. Immediata la reazione di Teheran, che ha dichiarato chiuso lo Stretto di Hormuz «fino alla fine delle interferenze straniere» e ha rivendicato un «colpo di avvertimento» contro un’imbarcazione che avrebbe violato le rotte autorizzate. Poche ore dopo, fonti militari iraniane annunciavano il lancio di missili balistici e droni suicidi contro basi americane in Kuwait, Qatar, Bahrein e Giordania, e contro un centro di comando in Medio Oriente, parlando di «risposta severa» a ogni ulteriore attacco.
Secondo osservatori europei, la spirale di violenza affonda le radici nel fallimento del memorandum d’intesa che aveva sospeso temporaneamente le ostilità. L’accordo, interpretato in modo divergente, prevedeva l’impegno di Teheran a garantire la sicurezza della navigazione per sessanta giorni; Washington lo considerava un passo verso la riapertura incondizionata dello stretto, mentre la Repubblica islamica lo ha inteso come uno strumento per affermare un controllo esclusivo sul passaggio. Di fronte alla nuova chiusura e all’attacco alla Galaxy, il presidente Trump ha dichiarato «finito» l’accordo, mentre il Segretario alla Difesa ha bollato la mossa iraniana come «una cattiva scelta che ora si paga». L’Iran, da parte sua, ha fatto sapere che il «tempo degli accordi ineguali è scaduto». Il conflitto in corso dal febbraio 2026 ha già causato, secondo stime dell’intelligence americana, oltre quattrocento tra morti e feriti tra le forze Usa, e ha visto l’impiego di droni kamikaze Lucas, frutto dell’ingegneria inversa sugli Shahed iraniani.
Per l’Italia e l’Europa, l’impatto è diretto. Lo Stretto di Hormuz è il crocevia di circa un quinto del commercio globale di petrolio e gas, e la sua chiusura prolungata rischia di innescare nuove impennate dei prezzi energetici, dopo che nei mesi scorsi il greggio aveva già superato i centoventi dollari al barile. Le cancellerie europee seguono con apprensione l’evolversi della crisi, temendo un allargamento del conflitto che coinvolga altri attori regionali. Sebbene l’Unione Europea non sia direttamente parte in causa, le ripercussioni sugli approvvigionamenti e sulla stabilità del Mediterraneo allargato sono giudicate «significative». Al momento, non si intravedono spiragli diplomatici: le operazioni militari americane proseguono per ordine del comandante in capo, mentre l’Iran minaccia ritorsioni sempre più estese se gli attacchi non cesseranno.
| Stampa atlantica / anglosfera | +0.40 | aligned |
|---|---|---|
| Stampa iraniana e affini | −0.50 | critical |
| Stampa russa e CSI | −0.10 | neutral |
Il Comando Centrale degli Stati Uniti rivendica il successo della terza ondata di attacchi, sottolineando la precisione e la proporzionalità della risposta militare.
L'uso di dati numerici dettagliati e la descrizione degli obiettivi come 'militari' creano un quadro di legittimità e necessità.
Non vengono menzionate le conseguenze umane degli attacchi né la reazione iraniana, né il contesto più ampio della tensione regionale.
Iran rejects American accusations as pretexts for aggression and presents the strikes as an act of unjustified hostility.
The repeated use of the verb 'claim' distances the narrator from American statements, delegitimizing the official US version.
Iranian media omit details of the Iranian attack on the commercial vessel that triggered the US response.
Russian media present the facts with an emphasis on the total number of targets hit, suggesting a broader scope of aggression.
Aggregating the numbers from the three waves creates a picture of systematic escalation without explicit commentary.
The Iranian version regarding the attack on the commercial vessel is not reported.
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