
La tentazione del terzo mandato: da San Salvador a Kinshasa, le riforme che riscrivono le regole
Mentre Bukele formalizza la corsa per un terzo mandato e Tshisekedi avanza verso un referendum costituzionale, il Senegal mostra una dinamica opposta di scontro tra poteri.
Il presidente salvadoregno Nayib Bukele ha formalizzato la propria precandidatura per le elezioni del 2027, aprendo la strada a un terzo mandato consecutivo dopo che una riforma costituzionale del 2025 ha introdotto la rielezione indefinita. La mossa, annunciata dal partito Nuevas Ideas, si inserisce in un più ampio riallineamento delle regole democratiche in America Latina e in Africa, dove diversi esecutivi stanno ridisegnando gli equilibri istituzionali per prolungare la propria permanenza al potere. Secondo osservatori centroamericani, la popolarità di Bukele, alimentata dalla drastica riduzione degli omicidi grazie a politiche di sicurezza che le organizzazioni per i diritti umani definiscono però extragiudiziali, ha permesso di neutralizzare le opposizioni in un parlamento a schiacciante maggioranza ufficiale.
In parallelo, nella Repubblica Democratica del Congo il presidente Félix Tshisekedi ha ottenuto dal Senato l’adozione di un progetto di revisione costituzionale che azzererebbe il conteggio dei mandati precedenti, consentendogli di candidarsi per un terzo periodo. La riforma, che dovrà essere sottoposta a referendum, è giustificata dall’esecutivo con la necessità di affrontare il conflitto nell’est del paese, ma secondo la Conferenza episcopale congolese e la società civile rischia di aggravare la fragilità istituzionale. Analisti africani sottolineano che solo il 12% della popolazione esprime fiducia nei processi elettorali e che un’ulteriore manipolazione delle regole potrebbe delegittimare Kinshasa anche sul piano diplomatico, proprio mentre cerca sostegno internazionale contro il sostegno ruandese ai ribelli dell’M23.
Il Senegal presenta una dinamica speculare ma non meno tesa: il parlamento a maggioranza Pastef, guidato dall’ex primo ministro Ousmane Sonko, ha approvato riforme che riducono i poteri presidenziali, vietano al capo dello Stato di guidare un partito e rafforzano il controllo legislativo sugli accordi sulle risorse naturali. Il presidente Bassirou Diomaye Faye, eletto nel 2024 sull’onda di un progetto di rinnovamento, ha annunciato l’intenzione di sottoporre le modifiche a referendum, mentre Sonko contesta la legittimità di tale passaggio. La frattura tra i due ex alleati, secondo fonti diplomatiche europee, introduce un elemento di incertezza in un paese considerato un pilastro di stabilità nell’Africa occidentale, con possibili ripercussioni sui flussi migratori e sulla cooperazione energetica con l’Italia.
Per l’Unione Europea, questi sviluppi pongono interrogativi sulla condizionalità degli aiuti allo sviluppo e sulla tenuta dei meccanismi di partenariato. Bruxelles ha finora mantenuto un profilo prudente, ma il combinarsi di riforme costituzionali controverse in paesi beneficiari di sostegno finanziario e strategico – dal Salvador, dove Bukele gode dell’appoggio esplicito dell’amministrazione Trump, al Congo, partner chiave per le materie prime – potrebbe spingere a una revisione degli strumenti di dialogo politico. Le prossime tappe concrete sono già calendarizzate: le primarie di Nuevas Ideas si terranno il 12 luglio, mentre in Senegal e nella RDC i referendum annunciati attendono ancora una data ufficiale.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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In El Salvador, la candidatura di Bukele per un terzo mandato consecutivo, resa possibile da una riforma costituzionale su misura, viene denunciata come un tradimento della democrazia. La manipolazione delle regole per restare al potere è bollata come un atto da traditori, che svuota le istituzioni e apre la strada a un autoritarismo senza fine.
La spinta di Tshisekedi per un terzo mandato nella RDC solleva forti dubbi sui reali benefici per il paese. Un progetto di revisione costituzionale azzererebbe i limiti di mandato tramite referendum, aggirando il divieto esplicito. L'iniziativa è vista con scetticismo: più che rispondere a un'emergenza nazionale, sembra servire ambizioni personali, con il rischio di aggravare l'instabilità.
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