
Lo zaino al posto del display: nelle scuole del mondo si riscopre la presenza
Dal Brasile all'Argentina, dalla Germania al Bangladesh, le aule stanno ridefinendo il rapporto tra apprendimento, tecnologia e inclusione, con risultati che interrogano anche l'Europa.
In un'aula di una scuola pubblica brasiliana, la routine del mattino è cambiata. Prima della campanella, i ragazzi infilano i telefoni negli zaini, li consegnano in segreteria o li depositano in scatole di cartone decorate a mano, sistemate accanto alla cattedra. Non è un sequestro, ma un gesto che ha modificato la geografia sonora della classe: meno notifiche, più voci. Secondo i dati diffusi dal Ministero dell'Istruzione brasiliano, a un anno dall'entrata in vigore della legge che vieta l'uso dei cellulari per scopi non didattici, il 92% delle scuole ha già adottato le nuove regole, e l'86% dei dirigenti scolastici segnala una riduzione dell'ansia tra gli studenti. Il cyberbullismo, raccontano i questionari, è calato in modo percepibile, e nei cortili sono tornati i giochi collettivi.
Il Brasile non è un caso isolato. Mentre in Europa il dibattito sullo smartphone a scuola oscilla tra divieti timidi e sperimentazioni locali, l'Argentina ha appena pubblicato i risultati delle prove Aprender 2025, che mostrano un miglioramento significativo in lettura e matematica: oltre il 70% degli alunni ha raggiunto il livello atteso in lingua, e cinque su dieci si collocano nei livelli soddisfacente o avanzato in matematica. Il Ministero del Capitale Umano argentino attribuisce questi progressi a politiche educative basate su evidenze e valutazioni costanti, e sottolinea in particolare il ruolo delle Escuelas Alfa, istituti inseriti in un piano nazionale di alfabetizzazione che hanno ridotto il divario con le scuole non coinvolte, soprattutto nei contesti sociali più vulnerabili. Non si tratta di una bacchetta magica tecnologica, ma di un investimento sulla relazione didattica e su obiettivi chiari.
La tensione tra presenza e distrazione, tra inclusione e segregazione, attraversa anche il sistema scolastico tedesco. Uno studio dell'Istituto tedesco per i diritti umani, condotto su oltre settemila famiglie con figli con disabilità, ha rivelato che quasi il 70% dei genitori avrebbe preferito iscrivere il proprio figlio in una scuola comune, se solo le condizioni fossero state adeguate. La scelta della Förderschule, la scuola speciale, viene descritta dai ricercatori come una «soluzione di ripiego», una scelta compensatoria dettata dalla mancanza di formazione specifica degli insegnanti e dall'assenza di strutture inclusive. Molti genitori raccontano di aver ricevuto suggerimenti, più o meno espliciti, a trasferire il bambino in un istituto separato, e quasi la metà di loro vive l'organizzazione quotidiana come «molto faticosa». La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata anche dall'Italia, chiede un sistema inclusivo, ma i dati tedeschi mostrano quanto la strada sia ancora in salita.
Dall'altra parte del mondo, in Bangladesh, un programma di educazione inclusiva chiamato «Shikhbo Shobai» (Impareremo tutti) ha prodotto risultati che sfidano lo scetticismo. Una ricerca condotta dal BRAC Institute of Governance and Development, in collaborazione con l'Università di Cambridge, ha seguito oltre milleseicento bambini con disabilità in 122 scuole: la partecipazione scolastica è aumentata del 15%, il bullismo è diminuito dell'8%, e le bambine hanno mostrato progressi ancora più marcati dei coetanei maschi, sia nella frequenza agli esami sia nel tempo dedicato allo studio a casa. Il progetto ha agito su più livelli – formazione degli insegnanti, sostegno alle famiglie, fisioterapia, adattamento degli edifici – e ha modificato lo sguardo della comunità. Come ha osservato un ricercatore dell'Università di Dhaka, la sfida ora è garantire che questi modelli non svaniscano quando i finanziamenti internazionali si esauriscono.
In tutte queste esperienze, il punto di svolta non è una tecnologia miracolosa né un ritorno a un passato idealizzato. È piuttosto la riscoperta di uno spazio fisico e relazionale dove l'apprendimento torna a essere un fatto di corpi presenti, di sguardi incrociati, di conflitti e riappacificazioni che nessuno schermo può mediare. In un cortile di Dacca, una bambina che prima restava a casa ora partecipa alla ricreazione con i compagni, e il suo quaderno è pieno di esercizi completati. Non è una favola: è un dato di ricerca, e forse anche un'immagine da tenere a mente quando si discute del futuro della scuola.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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In America Latina, le riforme silenziose stanno dando frutti concreti. In Argentina, oltre il 70% degli studenti raggiunge i livelli attesi in lettura e la matematica migliora, grazie alle politiche educative. In Brasile, il divieto dei cellulari a scuola è adottato dal 92% degli istituti, con l'86% dei dirigenti che segnala studenti meno ansiosi e più partecipativi.
Uno studio tedesco sull'inclusione rivela che per molti genitori la scuola speciale è una 'soluzione di ripiego', perché le scuole ordinarie mancano di risorse adeguate. Il diritto all'istruzione inclusiva resta inattuato nella pratica, evidenziando carenze sistemiche.
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