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La raffineria di Mosca fuori uso almeno sei mesi: la crisi dei carburanti russi si allarga

I danni da droni ucraini all’impianto Gazprom Neft aggravano la scarsità di benzina e diesel, mentre il governo valuta il blocco totale dell’export e le restrizioni si estendono a oltre venti regioni.

L’impianto di raffinazione di Mosca, il maggiore fornitore di carburanti per la capitale russa, resterà fermo per almeno sei mesi dopo i due attacchi con droni ucraini del 16 e 18 giugno. Lo riferiscono fonti industriali citate da Reuters, precisando che i colpi hanno danneggiato sia l’unità combinata di lavorazione del greggio sia una seconda unità di distillazione primaria, rendendo impossibile una ripresa parziale prima della fine dell’anno. La raffineria, che nel 2024 ha prodotto 2,9 milioni di tonnellate di benzina e 3,2 milioni di gasolio, copriva circa il 40% del fabbisogno di Mosca. La sua indisponibilità si inserisce in una campagna ucraina di attacchi sistematici alle infrastrutture energetiche russe, che secondo Kiev mira a ridurre le entrate del Cremlino e a limitare la capacità logistica dell’apparato militare.

Di fronte a una produzione nazionale di benzina calata del 25% rispetto allo stesso periodo del 2024 e a un aumento medio dei prezzi del 6,6% da inizio anno, il governo russo ha adottato un tono di cautela pubblica. Il vicepremier Aleksandr Novak ha definito la situazione «non semplice, ma sotto controllo», attribuendo le code ai distributori a «problemi logistici periodici in singole regioni». Tuttavia, lo stesso Novak ha annunciato che Mosca sta valutando un divieto totale sull’export di gasolio, che si aggiungerebbe ai blocchi già in vigore per benzina e cherosene. Parallelamente, secondo il quotidiano Kommersant, l’amministratore delegato di Rosneft, Igor Sechin, ha inviato a Putin una lettera con proposte di emergenza: obbligare le compagnie a destinare almeno il 30% del greggio alle raffinerie nazionali, sospendere le norme che impongono la vendita in borsa dei carburanti pregiati e consentire di conteggiare le forniture dirette alle stazioni di servizio e agli appalti statali nelle quote di approvvigionamento interno.

Sul piano diplomatico, gli attacchi ucraini alle raffinerie sono divenuti un argomento centrale nel confronto tra alleati occidentali. Secondo fonti europee presenti al vertice G7 in Francia, i leader del continente hanno cercato di persuadere il presidente statunitense Donald Trump che le proposte americane di pace precedenti erano «troppo favorevoli a Mosca» e che l’andamento sul terreno, anche grazie ai colpi alle infrastrutture energetiche, pende ora a vantaggio di Kiev. Il ministro degli Esteri russo Lavrov ha dichiarato che Mosca attende di conoscere la posizione definitiva di Washington dopo il G7 e ha ricordato la disponibilità mostrata da Putin nell’incontro con Trump in Alaska dell’agosto scorso, pur lamentando che oggi si chiedono alla Russia nuove concessioni.

La crisi dei carburanti sta già producendo effetti a catena. In Crimea, amministrazione imposta da Mosca, la vendita di benzina ai privati è stata sospesa e riservata ai soli servizi essenziali; in più di venti regioni sono state introdotte limitazioni alle quantità acquistabili. Secondo analisti energetici europei, un eventuale blocco totale dell’export di gasolio russo, in un momento in cui la domanda globale è sostenuta dalla stagione agricola e turistica, potrebbe restringere l’offerta sui mercati internazionali, con ripercussioni sui prezzi anche per i Paesi importatori del Mediterraneo. La Duma è attesa votare in settimana misure fiscali per sovvenzionare le importazioni di benzina dall’India, mentre il Cremlino prepara la decisione sul divieto di export del diesel.

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mercoledì 24 giugno 2026

La raffineria di Mosca fuori uso almeno sei mesi: la crisi dei carburanti russi si allarga

I danni da droni ucraini all’impianto Gazprom Neft aggravano la scarsità di benzina e diesel, mentre il governo valuta il blocco totale dell’export e le restrizioni si estendono a oltre venti regioni.

L’impianto di raffinazione di Mosca, il maggiore fornitore di carburanti per la capitale russa, resterà fermo per almeno sei mesi dopo i due attacchi con droni ucraini del 16 e 18 giugno. Lo riferiscono fonti industriali citate da Reuters, precisando che i colpi hanno danneggiato sia l’unità combinata di lavorazione del greggio sia una seconda unità di distillazione primaria, rendendo impossibile una ripresa parziale prima della fine dell’anno. La raffineria, che nel 2024 ha prodotto 2,9 milioni di tonnellate di benzina e 3,2 milioni di gasolio, copriva circa il 40% del fabbisogno di Mosca. La sua indisponibilità si inserisce in una campagna ucraina di attacchi sistematici alle infrastrutture energetiche russe, che secondo Kiev mira a ridurre le entrate del Cremlino e a limitare la capacità logistica dell’apparato militare.

Di fronte a una produzione nazionale di benzina calata del 25% rispetto allo stesso periodo del 2024 e a un aumento medio dei prezzi del 6,6% da inizio anno, il governo russo ha adottato un tono di cautela pubblica. Il vicepremier Aleksandr Novak ha definito la situazione «non semplice, ma sotto controllo», attribuendo le code ai distributori a «problemi logistici periodici in singole regioni». Tuttavia, lo stesso Novak ha annunciato che Mosca sta valutando un divieto totale sull’export di gasolio, che si aggiungerebbe ai blocchi già in vigore per benzina e cherosene. Parallelamente, secondo il quotidiano Kommersant, l’amministratore delegato di Rosneft, Igor Sechin, ha inviato a Putin una lettera con proposte di emergenza: obbligare le compagnie a destinare almeno il 30% del greggio alle raffinerie nazionali, sospendere le norme che impongono la vendita in borsa dei carburanti pregiati e consentire di conteggiare le forniture dirette alle stazioni di servizio e agli appalti statali nelle quote di approvvigionamento interno.

Sul piano diplomatico, gli attacchi ucraini alle raffinerie sono divenuti un argomento centrale nel confronto tra alleati occidentali. Secondo fonti europee presenti al vertice G7 in Francia, i leader del continente hanno cercato di persuadere il presidente statunitense Donald Trump che le proposte americane di pace precedenti erano «troppo favorevoli a Mosca» e che l’andamento sul terreno, anche grazie ai colpi alle infrastrutture energetiche, pende ora a vantaggio di Kiev. Il ministro degli Esteri russo Lavrov ha dichiarato che Mosca attende di conoscere la posizione definitiva di Washington dopo il G7 e ha ricordato la disponibilità mostrata da Putin nell’incontro con Trump in Alaska dell’agosto scorso, pur lamentando che oggi si chiedono alla Russia nuove concessioni.

La crisi dei carburanti sta già producendo effetti a catena. In Crimea, amministrazione imposta da Mosca, la vendita di benzina ai privati è stata sospesa e riservata ai soli servizi essenziali; in più di venti regioni sono state introdotte limitazioni alle quantità acquistabili. Secondo analisti energetici europei, un eventuale blocco totale dell’export di gasolio russo, in un momento in cui la domanda globale è sostenuta dalla stagione agricola e turistica, potrebbe restringere l’offerta sui mercati internazionali, con ripercussioni sui prezzi anche per i Paesi importatori del Mediterraneo. La Duma è attesa votare in settimana misure fiscali per sovvenzionare le importazioni di benzina dall’India, mentre il Cremlino prepara la decisione sul divieto di export del diesel.

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