
Addio a Sergei Ivanov, l’uomo che Putin non scelse come successore
Ex ministro della Difesa e capo dell’amministrazione presidenziale, è morto a 73 anni dopo una lunga malattia, chiudendo la parabola di un fedelissimo rimasto nell’ombra del Cremlino.
La scomparsa di Sergei Ivanov, annunciata dalla Lega Unita VTB di basket di cui era presidente onorario, segna la fine di una carriera che ha attraversato tutti i gangli del potere russo post-sovietico. Nato a Leningrado nel 1953, filologo e poliglotta, Ivanov conobbe Vladimir Putin nei corridoi del KGB locale negli anni Settanta, un sodalizio che lo avrebbe portato a ricoprire incarichi chiave: vicedirettore dell’FSB, segretario del Consiglio di Sicurezza, primo civile a guidare il ministero della Difesa nel 2001, e infine capo dell’amministrazione presidenziale. Secondo analisti russi, la sua parabola riflette la logica del cerchio magico putiniano, dove la prossimità personale conta più delle etichette ideologiche.
Per gli osservatori occidentali, Ivanov resta il simbolo della successione mancata. Nel 2007, i sondaggi lo davano in vantaggio su Dmitri Medvedev come delfino designato per le elezioni del 2008. La sua immagine di “silovik” pragmatico, capace di parlare inglese e di muoversi con disinvoltura nei salotti internazionali, sembrava incarnare una modernizzazione autoritaria. Tuttavia, secondo fonti vicine al Cremlino, Putin temeva che Ivanov, forte di un profilo da ex agente operativo in Occidente, potesse rivelarsi meno malleabile. A pesare fu anche una frase infelice sul caso di bullismo militare di Andrej Sychev – “il nonnismo comincia all’asilo” – che, nell’interpretazione di molti commentatori russi, ne compromise l’immagine pubblica proprio nel momento decisivo.
Dopo la staffetta Medvedev-Putin, Ivanov fu progressivamente allontanato dai centri nevralgici. Dal 2016 assunse l’incarico di rappresentante speciale per l’ecologia e i trasporti, un ruolo che gli permise di coltivare la passione per la tutela del leopardo dell’Amur e per lo sport, ma che gli analisti di Bruxelles leggono come un classico “pensionamento dorato” per un ex peso massimo. La morte del figlio maggiore Alexander nel 2014, annegato negli Emirati Arabi, avrebbe accelerato il suo disimpegno. A febbraio 2026, poche settimane prima della scomparsa, Putin lo aveva rimosso anche dalla carica di membro permanente del Consiglio di Sicurezza, su sua stessa richiesta, secondo il portavoce Peskov.
Le condoglianze ufficiali del presidente russo e del premier Mishustin, che ne hanno lodato il “contributo incalcolabile alla sovranità nazionale”, confermano il rispetto formale per un uomo che non è mai caduto in disgrazia, ma che ha visto il proprio potere erodersi con l’ascesa di nuove figure. Per l’Europa, Ivanov era stato un interlocutore duro ma prevedibile negli anni delle riforme militari e del riarmo. La sua morte, avvenuta mentre la Russia è impegnata nel conflitto in Ucraina, non modifica gli equilibri di potere, ma priva la memoria storica del Cremlino di uno degli ultimi testimoni della genesi del sistema putiniano. Il dossier sulla sua eredità politica si chiude qui, senza ulteriori sviluppi attesi.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Sergei Ivanov, stretto collaboratore di Vladimir Putin fin dai tempi del KGB, è morto a 73 anni. Ha ricoperto ruoli chiave come ministro della Difesa e capo dell'amministrazione presidenziale, ed è stato ricordato come un servitore devoto dello Stato. Il presidente Putin ha inviato le condoglianze alla famiglia.
Sergei Ivanov, ex ufficiale del KGB diventato ministro della Difesa e possibile successore di Putin, è morto a 73 anni. Nonostante la lunga carriera nei servizi di sicurezza e al governo, fu scavalcato per la presidenza a favore di Dmitry Medvedev. La sua scomparsa segna la fine di una figura di spicco del sistema di potere putiniano.
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