
L’accordo USA-Iran affonda il petrolio: Brent ai minimi dall’inizio della guerra
La firma del memorandum a Versailles riapre lo Stretto di Hormuz e sospende le sanzioni sul greggio iraniano, ma restano forti incognite sulla tenuta dell’intesa e sull’impatto per l’Europa.
La notte di Versailles ha restituito al mondo una tregua fragile ma capace di scuotere i mercati con la forza di un armistizio. Con un tratto di penna nera a lume di candela, Donald Trump ha firmato mercoledì il memorandum d’intesa in quattordici punti che sospende le ostilità con l’Iran, riapre lo Stretto di Hormuz e revoca le sanzioni americane sulle esportazioni di greggio di Teheran. Il gesto, inscenato a margine del G7 nella reggia che ospitò la fine della Prima guerra mondiale, ha avuto un testimone d’eccezione: Emmanuel Macron, che ha gridato «bravo» mentre il presidente americano apponeva la firma. Poche ore dopo, sui mercati asiatici e poi europei, il prezzo del barile è sprofondato ai livelli di inizio marzo, quando i primi bombardamenti su Teheran avevano fatto esplodere il premio di guerra.
Il Brent del Mare del Nord è scivolato fino a 77 dollari, perdendo oltre il 2 per cento, mentre il West Texas Intermediate è sceso sotto i 75 dollari, con punte di ribasso vicine al 3 per cento. Secondo gli analisti mediorientali e asiatici, la rapidità della discesa riflette la convinzione che il greggio iraniano possa tornare sui mercati molto prima del previsto: petroliere cariche di quasi dieci milioni di barili stanno già emergendo dallo Stretto, e il Kuwait ha annunciato l’aumento della produzione. L’intesa prevede un periodo di negoziato di sessanta giorni, durante i quali Teheran garantirà il passaggio gratuito attraverso Hormuz, con il ripristino del traffico a piena capacità entro trenta giorni. Ma gli osservatori europei e americani invitano alla cautela: più che una pace, si tratta di una pausa incompleta, un’armistizio che lascia irrisolti i nodi della credibilità statunitense come garante della libertà di navigazione e della stabilità regionale.
Trump ha immediatamente rivendicato il risultato con il suo stile iperbolico, bollando come «folli, invidiosi o stupidi» i critici che lo accusano di non essere stato abbastanza duro con l’Iran, e sbandierando il record di Wall Street e il crollo dei prezzi dell’energia. La reazione dei mercati azionari è stata però più contrastata: dopo un rimbalzo iniziale, gli indici americani hanno frenato di fronte alle nuove proiezioni della Federal Reserve, che ha alzato le stime d’inflazione e segnalato la possibilità di ulteriori rialzi dei tassi entro fine anno. La combinazione di tregua geopolitica e prospettive monetarie restrittive disegna uno scenario in cui il sollievo sul fronte energetico potrebbe essere parzialmente compensato da condizioni finanziarie più rigide.
Per l’Italia e l’Europa, il ritorno dei flussi di greggio dal Golfo Persico rappresenta un’iniezione di ossigeno dopo mesi di benzina e gasolio alle stelle. Tuttavia, gli analisti di Bruxelles e del Medio Oriente avvertono che la volatilità resta alta: il memorandum non scioglie le ambiguità sulla durata della tregua né sulla reale disponibilità iraniana a rispettare gli impegni oltre la scadenza dei sessanta giorni. Il mercato ha disfatto in poche ore il premio di guerra, ma la pace, quella vera, ha ancora bisogno di essere negoziata.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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L'accordo tra Stati Uniti e Iran è un trionfo per i mercati: i prezzi del petrolio crollano e le borse toccano nuovi record. Trump esulta per il calo della benzina sotto i 4 dollari e bolla i critici come 'sciocchi', mentre le prospettive di rialzo dei tassi della Fed attenuano l'euforia.
L'intesa provvisoria alimenta la speranza di una pace duratura nel Golfo, con la riapertura di Hormuz e l'annacquamento del programma nucleare iraniano. I prezzi del petrolio scendono mentre il 'premio di guerra' evapora, e la regione guarda alla ricostruzione e alla stabilità.
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