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La crisi del carburante in Russia travolge l’Asia centrale

Il Kirghizistan, che importa oltre il 90% della benzina dalla Russia, ha chiesto ufficialmente forniture a sei Paesi mentre le raffinerie russe sono colpite dagli attacchi ucraini.

La crisi dei carburanti che da settimane attanaglia la Russia ha varcato i confini nazionali, innescando una corsa alle forniture alternative in Asia centrale. Il Kirghizistan, repubblica di sette milioni di abitanti che dipende quasi interamente dalle importazioni russe di benzina, ha inviato richieste ufficiali a sei Paesi – Russia, Kazakistan, Bielorussia, Azerbaigian, Uzbekistan e Turkmenistan – per garantire «approvvigionamenti stabili». La mossa, comunicata dal ministero dell’Energia di Bishkek, segnala come la ridotta capacità di raffinazione russa, danneggiata dai droni ucraini, stia già alterando gli equilibri energetici dell’intera regione post-sovietica.

Il meccanismo è lineare: gli attacchi alle infrastrutture petrolifere hanno compresso l’offerta interna russa, costringendo Mosca a introdurre restrizioni alle vendite in decine di regioni e a valutare un divieto di esportazione di gasolio. Secondo fonti di mercato, la Russia ha persino avviato importazioni marittime di benzina dall’India e ha ottenuto dal Kazakistan l’impegno a fornire cinquantamila tonnellate di carburante tra luglio e agosto, qualora arrivasse una richiesta formale. Il Kirghizistan, che già a giugno aveva imposto controlli sui prezzi al dettaglio, si trova ora con scorte di benzina AI-92 sufficienti per trenta o quarantacinque giorni, mentre il più pregiato AI-95 scarseggia in diverse stazioni di servizio.

L’impatto si estende lungo le rotte commerciali centroasiatiche. In Uzbekistan i prezzi del carburante sono saliti di oltre l’11% dall’inizio di giugno, e il Kazakistan – principale produttore regionale – ha irrigidito i controlli alle frontiere, limitando i passaggi dei veicoli a uno al giorno. Per l’Europa e l’Italia, l’esposizione diretta è contenuta, ma gli analisti di Bruxelles osservano che un’eventuale stretta sulle esportazioni russe di diesel potrebbe riverberarsi sui mercati globali dei prodotti raffinati, già sotto pressione. Sul fronte interno russo, la scarsità sta alimentando un malcontento palpabile: mappe collaborative indicano i distributori ancora riforniti, video di liti in coda si moltiplicano sui social e le ricerche online su «come sifonare il carburante» sono aumentate di oltre dieci volte in un mese.

Le autorità di Mosca, dopo aver inizialmente derubricato la carenza a problema logistico locale, hanno riconosciuto l’esistenza di un deficit e promesso interventi. Il vicepremier Aleksandr Novak ha assicurato che il mercato interno è rifornito e che le compagnie verticalmente integrate contengono i prezzi entro l’inflazione, pur ammettendo uno scarto con i distributori indipendenti. Il prossimo snodo concreto sarà la decisione del governo russo su un eventuale stop alle esportazioni di gasolio, misura che potrebbe stabilizzare le scorte agricole durante la stagione del raccolto ma aggraverebbe la tensione sui mercati internazionali. Parallelamente, si attendono le risposte dei governi interpellati dal Kirghizistan, che potrebbero ridisegnare le mappe della dipendenza energetica nell’area.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Stampa russa e CSIStampa atlantica / anglosfera
Stampa russa e CSI/ Statale
PragmatismoPaternalismo

La Russia è pronta a valutare forniture di carburante al Kirghizistan su richiesta ufficiale. Anche Kazakistan e India si sono detti disponibili a contribuire. La questione viene gestita attraverso canali intergovernativi e su basi commerciali reciprocamente vantaggiose.

Stampa atlantica / anglosfera/ Sicurezza
AllarmeSchadenfreude

La crisi del carburante in Russia, aggravata dagli attacchi dei droni ucraini alle raffinerie, si è estesa ai paesi vicini. Il Kirghizistan, dipendente per oltre il 90% dalla benzina russa, ha chiesto aiuto a sei nazioni. La carenza sta paralizzando la vita quotidiana, l'agricoltura e i trasporti, alimentando il malcontento popolare.

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giovedì 2 luglio 2026

La crisi del carburante in Russia travolge l’Asia centrale

Il Kirghizistan, che importa oltre il 90% della benzina dalla Russia, ha chiesto ufficialmente forniture a sei Paesi mentre le raffinerie russe sono colpite dagli attacchi ucraini.

La crisi dei carburanti che da settimane attanaglia la Russia ha varcato i confini nazionali, innescando una corsa alle forniture alternative in Asia centrale. Il Kirghizistan, repubblica di sette milioni di abitanti che dipende quasi interamente dalle importazioni russe di benzina, ha inviato richieste ufficiali a sei Paesi – Russia, Kazakistan, Bielorussia, Azerbaigian, Uzbekistan e Turkmenistan – per garantire «approvvigionamenti stabili». La mossa, comunicata dal ministero dell’Energia di Bishkek, segnala come la ridotta capacità di raffinazione russa, danneggiata dai droni ucraini, stia già alterando gli equilibri energetici dell’intera regione post-sovietica.

Il meccanismo è lineare: gli attacchi alle infrastrutture petrolifere hanno compresso l’offerta interna russa, costringendo Mosca a introdurre restrizioni alle vendite in decine di regioni e a valutare un divieto di esportazione di gasolio. Secondo fonti di mercato, la Russia ha persino avviato importazioni marittime di benzina dall’India e ha ottenuto dal Kazakistan l’impegno a fornire cinquantamila tonnellate di carburante tra luglio e agosto, qualora arrivasse una richiesta formale. Il Kirghizistan, che già a giugno aveva imposto controlli sui prezzi al dettaglio, si trova ora con scorte di benzina AI-92 sufficienti per trenta o quarantacinque giorni, mentre il più pregiato AI-95 scarseggia in diverse stazioni di servizio.

L’impatto si estende lungo le rotte commerciali centroasiatiche. In Uzbekistan i prezzi del carburante sono saliti di oltre l’11% dall’inizio di giugno, e il Kazakistan – principale produttore regionale – ha irrigidito i controlli alle frontiere, limitando i passaggi dei veicoli a uno al giorno. Per l’Europa e l’Italia, l’esposizione diretta è contenuta, ma gli analisti di Bruxelles osservano che un’eventuale stretta sulle esportazioni russe di diesel potrebbe riverberarsi sui mercati globali dei prodotti raffinati, già sotto pressione. Sul fronte interno russo, la scarsità sta alimentando un malcontento palpabile: mappe collaborative indicano i distributori ancora riforniti, video di liti in coda si moltiplicano sui social e le ricerche online su «come sifonare il carburante» sono aumentate di oltre dieci volte in un mese.

Le autorità di Mosca, dopo aver inizialmente derubricato la carenza a problema logistico locale, hanno riconosciuto l’esistenza di un deficit e promesso interventi. Il vicepremier Aleksandr Novak ha assicurato che il mercato interno è rifornito e che le compagnie verticalmente integrate contengono i prezzi entro l’inflazione, pur ammettendo uno scarto con i distributori indipendenti. Il prossimo snodo concreto sarà la decisione del governo russo su un eventuale stop alle esportazioni di gasolio, misura che potrebbe stabilizzare le scorte agricole durante la stagione del raccolto ma aggraverebbe la tensione sui mercati internazionali. Parallelamente, si attendono le risposte dei governi interpellati dal Kirghizistan, che potrebbero ridisegnare le mappe della dipendenza energetica nell’area.

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La Russia è pronta a valutare forniture di carburante al Kirghizistan su richiesta ufficiale. Anche Kazakistan e India si sono detti disponibili a contribuire. La questione viene gestita attraverso canali intergovernativi e su basi commerciali reciprocamente vantaggiose.

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La crisi del carburante in Russia, aggravata dagli attacchi dei droni ucraini alle raffinerie, si è estesa ai paesi vicini. Il Kirghizistan, dipendente per oltre il 90% dalla benzina russa, ha chiesto aiuto a sei nazioni. La carenza sta paralizzando la vita quotidiana, l'agricoltura e i trasporti, alimentando il malcontento popolare.

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