
La Cina vara la legge sull’unità etnica: critiche per assimilazione forzata e giurisdizione extraterritoriale
La normativa, entrata in vigore il 1° luglio, mira a rafforzare l’identità nazionale condivisa ma secondo ONU e Taiwan rischia di reprimere le minoranze e colpire dissidenti all’estero.
La nuova Legge sulla promozione dell’unità e del progresso etnico è entrata in vigore in Cina il 1° luglio, formalizzando l’obiettivo dichiarato da Pechino di forgiare un’identità nazionale «condivisa» tra i cinquantasei gruppi etnici ufficialmente riconosciuti. Il testo impone l’uso del mandarino come lingua comune, vincola l’istruzione e le istituzioni culturali alla promozione dell’unità nazionale e criminalizza la partecipazione ad attività di separatismo etnico, terrorismo violento ed estremismo religioso. La norma ha immediatamente suscitato reazioni internazionali: l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ne ha chiesto la revoca, mentre Amnesty International ha denunciato l’istituzionalizzazione di «politiche di assimilazione forzata» che spingerebbero minoranze come uiguri, tibetani e mongoli ad adottare un’identità definita dallo Stato e dominata dalla cultura han.
Secondo Pechino, la legislazione serve a promuovere la coesione sociale e la sicurezza nazionale, colpendo esclusivamente condotte illegali che minano l’unità etnica o incitano alla secessione. Un alto funzionario giudiziario cinese ha difeso la clausola di applicazione extraterritoriale – che consente di perseguire individui e organizzazioni anche al di fuori del territorio nazionale – definendola «legittima, legale e necessaria». Pechino respinge le accuse di violazioni dei diritti umani e sostiene che le proprie politiche nelle regioni a forte presenza minoritaria, come lo Xinjiang e il Tibet, garantiscano sviluppo economico e stabilità interna.
La portata extraterritoriale della legge è al centro delle preoccupazioni espresse da Taipei e da diverse organizzazioni per i diritti umani. Il presidente taiwanese William Lai ha parlato di «terrore rosso» e ha annunciato l’attivazione di meccanismi di allerta precoce e di sostegno per i cittadini, temendo un’estensione della giurisdizione cinese a funzionari, imprese, accademici e creatori di contenuti che esprimano posizioni sgradite a Pechino. Secondo fonti della sicurezza nazionale di Taiwan, la norma potrebbe essere utilizzata per colpire otto categorie a rischio, tra cui dissidenti politici, minoranze etniche all’estero, giornalisti e aziende che collaborano con partner democratici, anche attraverso fermi durante transiti in Cina o in Paesi allineati, campagne di diffamazione online e sanzioni.
La legge consolida sul piano giuridico pratiche già in atto da anni nelle aree abitate da minoranze, come l’espansione dell’istruzione esclusivamente in mandarino, le scuole-convitto che separano i bambini dalle comunità d’origine e le restrizioni alla libertà religiosa. Mentre Pechino insiste sul carattere inclusivo della norma, il dossier resta aperto sul fronte internazionale: Taiwan ha promesso di rafforzare la cooperazione con partner affini per contrastare la repressione transnazionale, e le Nazioni Unite continuano a monitorare l’impatto della legge sui diritti linguistici, culturali e di espressione delle minoranze.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
2 gruppi editoriali · 5 lingue
La nuova legge consolida un'identità nazionale condivisa e promuove l'unità etnica come pilastro della stabilità a lungo termine. Fornisce un quadro giuridico per combattere separatismo, estremismo e terrorismo, tutelando al contempo i diritti di tutti i 56 gruppi etnici. La normativa riflette la volontà collettiva di costruire una società moderna e armoniosa nel rispetto della legge.
Una controversa legge cinese sull'unità etnica è entrata in vigore nonostante gli avvertimenti internazionali che imporrà un'assimilazione forzata delle minoranze. I critici affermano che la normativa spinge uiguri, tibetani e mongoli ad abbandonare le proprie identità in favore di un'identità nazionale definita dallo Stato, e criminalizza il dissenso sotto ampie etichette di sicurezza. La portata extraterritoriale della legge suscita timori di repressione transnazionale.
Allarga lo sguardo
Washington dice no al rinnovo del T-MEC, scattano le revisioni annuali
5 lingue · 28 testate
Da TechnologyWhatsApp lancia gli username, ma l’India congela il debutto: il nodo è la sicurezza
5 lingue · 20 testate
Da Science & HealthUna cellula sintetica quasi viva e parassiti ingegnerizzati: la biologia di sintesi accelera
4 lingue · 7 testate