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Società e Culturasabato 13 giugno 2026

La Casa Bianca usa “Bye” di Ariana Grande per i video sui migranti, la popstar insorge: “Barbarie”

Un video su TikTok mostra agenti dell’ICE ammanettare persone sulle note del brano del 2024; la cantante denuncia “nonsense disumano”, mentre il sito “Aliens” sdoganava già la retorica della disumanizzazione.

Con un cortocircuito tra propaganda governativa e cultura pop che rivela molto sulla strategia comunicativa dell’amministrazione Trump, la Casa Bianca si è ritrovata al centro di una polemica globale dopo aver utilizzato “Bye”, hit del 2024 di Ariana Grande, come colonna sonora di un video sui social che mostrava agenti dell’ICE mentre ammanettavano e arrestavano migranti. Il filmato di quattordici secondi, diffuso su TikTok con la didascalia “Bye-bye… il presidente Trump ha consegnato il confine più sicuro della storia”, ha scatenato l’immediata reazione della cantante: “Per favore, non usate la mia musica in relazione a questo barbaro, inumano, disgustoso nonsense”. Portavoce della Casa Bianca, Abigail Jackson, ha replicato con un ribaltamento semantico che sposta l’accusa sugli “alieni criminali clandestini” responsabili di violenze contro cittadini americani. L’episodio non è isolato: poche settimane prima, il sito ufficiale “whitehouse.gov/aliens/” aveva inaugurato un’estetica da fantascienza cospirativa – scritte verdi su sfondo stellato – per annunciare la desecretazione di fantomatici dossier sugli extraterrestri, in realtà un espediente per rafforzare l’equazione migranti-alieni.

L’America Latina, osservatorio privilegiato per le politiche migratorie statunitensi, legge la vicenda con una sensibilità che mescola preoccupazione e stanchezza. I media messicani sottolineano come il montaggio che accompagna le immagini delle retate dell’ICE alla voce di una delle artiste più ascoltate al mondo punti a normalizzare la violenza istituzionale, banalizzando la sofferenza di chi fugge da povertà e violenza. Non è una novità: già durante l’era delle “carovane” centroamericane la comunicazione trumpiana aveva fatto ricorso a codici della cultura digitale per ribaltare la percezione dei fatti. Qui però l’appropriazione indebita di musica leggera da parte di un account ufficiale del governo segna uno scarto: l’arte, anche quella più disimpegnata, diventa materiale grezzo per operazioni di psychological warfare, con un effetto di trascinamento che spaventa gli operatori umanitari lungo tutta la frontiera.

Dall’Africa occidentale, dove The Ghana Report ha riportato con ampiezza la richiesta di Grande, lo sguardo si allarga al rapporto tra musica afroamericana e identità diasporiche. Numerosi artisti neri hanno storicamente prestato la propria voce alle battaglie per i diritti civili, e il gesto della popstar viene letto come un rifiuto di prestarsi a quella che viene percepita come una campagna di criminalizzazione di comunità in larga parte afrodiscendenti o ispaniche. Non sorprende che il video sia stato poi privato dell’audio, una mossa tecnica che, secondo le cronache arabe della CNN, suggerisce l’intervento di team legali o l’azione delle piattaforme, anche se il danno reputazionale per l’artista – almeno nella percezione dei suoi fan – era già stato scongiurato dalla sua condanna pubblica.

Dall’Europa, e in particolare dalla Germania della Frankfurter Allgemeine, il caso viene inquadrato dentro una deriva più ampia: il cinismo con cui il governo americano trasforma la cultura digitale in strumento di violenza statale. L’analisi tedesca si concentra sulla regia simbolica del sito “Aliens”, che sfrutta l’immaginario complottista per disumanizzare il diverso, e lo collega a una tendenza globale in cui la retorica anti-migratoria si ammanta di ironia e riferimenti pop. Per l’Italia, dove il dibattito sui flussi è altrettanto infuocato e dove il governo Meloni osserva con attenzione le mosse di Washington, l’episodio offre un test su come il consenso intorno alle politiche di respingimento possa essere costruito o incrinato dall’industria culturale. Non è un dettaglio che la stessa Grande abbia definito “barbara” un’intera linea d’azione governativa: uno smottamento che allontana ulteriormente Hollywood e il music business dalla narrazione ufficiale della Casa Bianca.

In prospettiva, lo scontro tra Ariana Grande e l’amministrazione Trump anticipa un campo di tensione destinato a estendersi. Da un lato, i governi scopriranno forme sempre più ibride di propaganda, capaci di appropriarsi dei linguaggi più trasversali per legittimare misure restrittive; dall’altro, gli artisti – e i loro colossi discografici – dovranno decidere se e come proteggere la propria opera da usi politici non autorizzati, in uno scenario in cui la legge sul copyright si intreccia con il diritto morale e con la responsabilità pubblica. Quel che è certo è che l’espressione “criminal aliens”, rimbalzata dalla portavoce Jackson come un mantra, ha già oltrepassato i confini del dibattito americano, trovando eco in un’Europa tentata da scorciatoie securitarie e in un Sud globale che osserva con apprensione il ritorno di un lessico apertamente disumanizzante.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Stampa europea continentaleStampa africana subsahariana
Stampa europea continentale/ dach_plus
indignazioneironia

L'amministrazione Trump ha lanciato un sito web dal design allarmante, con scritte verdi su sfondo nero stellato, per presentare i migranti come 'alieni'. Questo uso cinico della cultura digitale trasforma l'estetica del web in uno strumento di propaganda e violenza statale, varcando ogni confine.

Stampa africana subsahariana/ anglofona
indignazioneurgenza

Ariana Grande ha chiesto pubblicamente alla Casa Bianca di non usare la sua musica per un video che promuove le retate migratorie. Il filmato mostra agenti ammanettare persone sulle note di 'Bye' e la cantante lo ha definito 'barbaro e inumano', scatenando una replica dell'amministrazione.

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sabato 13 giugno 2026

La Casa Bianca usa “Bye” di Ariana Grande per i video sui migranti, la popstar insorge: “Barbarie”

Un video su TikTok mostra agenti dell’ICE ammanettare persone sulle note del brano del 2024; la cantante denuncia “nonsense disumano”, mentre il sito “Aliens” sdoganava già la retorica della disumanizzazione.

Con un cortocircuito tra propaganda governativa e cultura pop che rivela molto sulla strategia comunicativa dell’amministrazione Trump, la Casa Bianca si è ritrovata al centro di una polemica globale dopo aver utilizzato “Bye”, hit del 2024 di Ariana Grande, come colonna sonora di un video sui social che mostrava agenti dell’ICE mentre ammanettavano e arrestavano migranti. Il filmato di quattordici secondi, diffuso su TikTok con la didascalia “Bye-bye… il presidente Trump ha consegnato il confine più sicuro della storia”, ha scatenato l’immediata reazione della cantante: “Per favore, non usate la mia musica in relazione a questo barbaro, inumano, disgustoso nonsense”. Portavoce della Casa Bianca, Abigail Jackson, ha replicato con un ribaltamento semantico che sposta l’accusa sugli “alieni criminali clandestini” responsabili di violenze contro cittadini americani. L’episodio non è isolato: poche settimane prima, il sito ufficiale “whitehouse.gov/aliens/” aveva inaugurato un’estetica da fantascienza cospirativa – scritte verdi su sfondo stellato – per annunciare la desecretazione di fantomatici dossier sugli extraterrestri, in realtà un espediente per rafforzare l’equazione migranti-alieni.

L’America Latina, osservatorio privilegiato per le politiche migratorie statunitensi, legge la vicenda con una sensibilità che mescola preoccupazione e stanchezza. I media messicani sottolineano come il montaggio che accompagna le immagini delle retate dell’ICE alla voce di una delle artiste più ascoltate al mondo punti a normalizzare la violenza istituzionale, banalizzando la sofferenza di chi fugge da povertà e violenza. Non è una novità: già durante l’era delle “carovane” centroamericane la comunicazione trumpiana aveva fatto ricorso a codici della cultura digitale per ribaltare la percezione dei fatti. Qui però l’appropriazione indebita di musica leggera da parte di un account ufficiale del governo segna uno scarto: l’arte, anche quella più disimpegnata, diventa materiale grezzo per operazioni di psychological warfare, con un effetto di trascinamento che spaventa gli operatori umanitari lungo tutta la frontiera.

Dall’Africa occidentale, dove The Ghana Report ha riportato con ampiezza la richiesta di Grande, lo sguardo si allarga al rapporto tra musica afroamericana e identità diasporiche. Numerosi artisti neri hanno storicamente prestato la propria voce alle battaglie per i diritti civili, e il gesto della popstar viene letto come un rifiuto di prestarsi a quella che viene percepita come una campagna di criminalizzazione di comunità in larga parte afrodiscendenti o ispaniche. Non sorprende che il video sia stato poi privato dell’audio, una mossa tecnica che, secondo le cronache arabe della CNN, suggerisce l’intervento di team legali o l’azione delle piattaforme, anche se il danno reputazionale per l’artista – almeno nella percezione dei suoi fan – era già stato scongiurato dalla sua condanna pubblica.

Dall’Europa, e in particolare dalla Germania della Frankfurter Allgemeine, il caso viene inquadrato dentro una deriva più ampia: il cinismo con cui il governo americano trasforma la cultura digitale in strumento di violenza statale. L’analisi tedesca si concentra sulla regia simbolica del sito “Aliens”, che sfrutta l’immaginario complottista per disumanizzare il diverso, e lo collega a una tendenza globale in cui la retorica anti-migratoria si ammanta di ironia e riferimenti pop. Per l’Italia, dove il dibattito sui flussi è altrettanto infuocato e dove il governo Meloni osserva con attenzione le mosse di Washington, l’episodio offre un test su come il consenso intorno alle politiche di respingimento possa essere costruito o incrinato dall’industria culturale. Non è un dettaglio che la stessa Grande abbia definito “barbara” un’intera linea d’azione governativa: uno smottamento che allontana ulteriormente Hollywood e il music business dalla narrazione ufficiale della Casa Bianca.

In prospettiva, lo scontro tra Ariana Grande e l’amministrazione Trump anticipa un campo di tensione destinato a estendersi. Da un lato, i governi scopriranno forme sempre più ibride di propaganda, capaci di appropriarsi dei linguaggi più trasversali per legittimare misure restrittive; dall’altro, gli artisti – e i loro colossi discografici – dovranno decidere se e come proteggere la propria opera da usi politici non autorizzati, in uno scenario in cui la legge sul copyright si intreccia con il diritto morale e con la responsabilità pubblica. Quel che è certo è che l’espressione “criminal aliens”, rimbalzata dalla portavoce Jackson come un mantra, ha già oltrepassato i confini del dibattito americano, trovando eco in un’Europa tentata da scorciatoie securitarie e in un Sud globale che osserva con apprensione il ritorno di un lessico apertamente disumanizzante.

Divergenza delle fonti

Società e Cultura · 3 testate · 3 lingue

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Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

Come si dividono

Critico100%

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Stampa europea continentaleStampa africana subsahariana
Stampa europea continentale/ dach_plus
indignazioneironia

L'amministrazione Trump ha lanciato un sito web dal design allarmante, con scritte verdi su sfondo nero stellato, per presentare i migranti come 'alieni'. Questo uso cinico della cultura digitale trasforma l'estetica del web in uno strumento di propaganda e violenza statale, varcando ogni confine.

Stampa africana subsahariana/ anglofona
indignazioneurgenza

Ariana Grande ha chiesto pubblicamente alla Casa Bianca di non usare la sua musica per un video che promuove le retate migratorie. Il filmato mostra agenti ammanettare persone sulle note di 'Bye' e la cantante lo ha definito 'barbaro e inumano', scatenando una replica dell'amministrazione.

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