
La Camera Usa vota per fermare la guerra in Iran, ma il Senato respinge la risoluzione
Mentre il conflitto si allarga al Mar Rosso e i costi umani ed economici salgono, la Camera vota per limitare Trump, ma il Senato conferma il sostegno al presidente.
Il 23 luglio la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato con 214 voti contro 208 una risoluzione che ordina al presidente Donald Trump di cessare le operazioni militari contro l’Iran senza autorizzazione del Congresso. Poche ore dopo, il Senato ha respinto una misura analoga con 49 voti contrari e 47 favorevoli, confermando la spaccatura tra i due rami del Parlamento e all’interno dello stesso Partito Repubblicano. Quattro deputati repubblicani – Tom Barrett, Brian Fitzpatrick, Warren Davidson e Thomas Massie – hanno votato con i democratici alla Camera, mentre al Senato l’unica repubblicana a sostenere la risoluzione è stata Susan Collins; il democratico John Fetterman ha invece votato contro, e gli assenti Lisa Murkowski e Rand Paul, in passato favorevoli a limitare i poteri di guerra, non hanno partecipato al voto.
Secondo i democratici, la guerra condotta da Trump viola la Costituzione, che riserva al Congresso il potere di dichiarare guerra, e la Risoluzione sui Poteri di Guerra del 1973, la quale impone il ritiro delle truppe dopo sessanta giorni in assenza di un’autorizzazione legislativa. La Casa Bianca sostiene invece che le ostilità erano cessate con il cessate il fuoco di aprile, e che la nuova fase di attacchi, ripresa il 7 luglio dopo il collasso della tregua, rappresenta una risposta legittima alle minacce iraniane. Nell’ottica dei repubblicani critici, l’assenza di una strategia chiara e l’aumento delle perdite umane – diciotto militari uccisi dall’inizio del conflitto, di cui quattro negli ultimi giorni – rendono insostenibile la prosecuzione delle operazioni senza un voto del Congresso. La presidente della risoluzione alla Camera, la democratica Pramila Jayapal, ha definito il voto «di coscienza», accusando l’amministrazione di condurre una guerra «senza missione, senza strategia, senza obiettivo finale».
Il voto giunge mentre il conflitto si estende geograficamente: i ribelli Houthi dello Yemen, sostenuti dall’Iran, hanno colpito due petroliere saudite nel Mar Rosso, aprendo un secondo fronte marittimo oltre allo Stretto di Hormuz. Il prezzo del greggio ha superato i 100 dollari al barile, con ripercussioni dirette sui costi energetici in Europa e in Italia, che dipendono in larga misura dalle importazioni dal Golfo. Secondo analisti di Bruxelles, l’instabilità nella regione rischia di aggravare la pressione inflazionistica e di compromettere la sicurezza degli approvvigionamenti, già messa alla prova dalle tensioni in Ucraina. Il Pentagono ha intanto comunicato di aver già speso 37,5 miliardi di dollari per la guerra e ha richiesto al Congresso 67 miliardi di fondi supplementari immediati, mentre i leader repubblicani alla Camera hanno avanzato un piano di bilancio che include fino a 73 miliardi per finanziare il conflitto.
La risoluzione della Camera, di natura concorrente, non ha forza di legge e non sarà inviata al presidente per la firma; si tratta di un atto simbolico che tuttavia evidenzia la crescente insofferenza di una parte dei repubblicani verso una guerra che, secondo i sondaggi, è sostenuta solo dal 29% degli americani. Già a giugno un testo analogo era stato approvato da entrambe le Camere, ma Trump lo aveva bollato come «inutile e antipatriottico», e la successiva pressione della Casa Bianca aveva indotto alcuni senatori a cambiare voto. Ora il Pentagono chiede nuovi fondi, mentre i leader repubblicani al Senato hanno già annunciato che non porteranno in aula ulteriori misure vincolanti. Il dossier resta aperto, ma la finestra per un intervento legislativo efficace appare sempre più stretta, con le elezioni di metà mandato che si avvicinano e il consenso per la guerra in calo anche tra la base trumpiana.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.20 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa del Golfo arabo | −0.30 | critical |
| Stampa russa e CSI | 0.00 | neutral |
La Camera rimprovera ancora Trump, ma la misura è inefficace.
Sottolineando la natura bipartisan del rimprovero e al contempo il suo carattere simbolico, la narrazione bilancia la critica a Trump con il realismo sui limiti del Congresso.
Il blocco atlantica omette l'impatto economico del conflitto, come l'impennata del prezzo del petrolio, e la minaccia di ritorsioni iraniane, concentrandosi invece sulle dinamiche politiche interne.
I prezzi del petrolio salgono mentre la guerra USA-Iran si intensifica; il voto della Camera è un segnale debole.
Collegando il voto all'impennata del prezzo del petrolio e alle minacce di ritorsione, la narrazione inquadra la risoluzione come insufficiente di fronte ai reali pericoli economici e di sicurezza.
Il blocco del Golfo omette i nomi dei repubblicani dissidenti e i dettagli procedurali del voto, concentrandosi invece sul contesto regionale ed economico più ampio.
La lite interna a Washington produce un'altra risoluzione simbolica che non cambia nulla.
Sottolineando la mancanza di forza legale della risoluzione e il fatto che si tratta del secondo tentativo del genere, la narrazione dipinge la politica statunitense come paralizzata e inefficace.
Il blocco russo omette le dimensioni economiche e di sicurezza del conflitto, come i prezzi del petrolio e le minacce iraniane, e le specifiche dinamiche politiche all'interno del Congresso USA.
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