
L’ultimo applauso a Riyad, poi il silenzio: addio a Hani Shenouda, architetto del suono arabo
La scomparsa del compositore egiziano, celebrato in un concerto tributo pochi mesi prima, segna la fine di un’epoca per la musica araba, mentre il Brasile piange il drammaturgo João Sanches.
Sul palco della capitale saudita, in una notte di ricordi organizzata dall’Autorità per l’Intrattenimento, un anziano Ahmed Adaweyah intonava «Zahma ya dunya, zahma» – «Affollata, oh vita, affollata» – accompagnato dal giovane Mustafa Hajjaj. In platea, Hani Shenouda, l’uomo che aveva composto quel brano e tanti altri inni popolari, osservava in silenzio. Era il 2023, e quella serata, pensata come omaggio a una carriera di oltre cinquant’anni, sarebbe diventata uno degli ultimi atti pubblici del musicista scomparso lunedì a 83 anni.
Nato nel 1943 a Tanta, nel Delta del Nilo, Shenouda aveva studiato al Conservatorio del Cairo prima di diventare il perno di una rivoluzione sonora. Fu tra i primi a introdurre sistematicamente l’organo elettronico e la chitarra elettrica nella musica egiziana, rompendo con l’orchestra tradizionale. Nel 1977, su suggerimento del premio Nobel Nagib Mahfuz, fondò la band «Al-Masryeen» (Gli Egiziani), un collettivo che ridefinì la canzone giovanile con brani come «Ma tahsabush ya banat» e «Law kan bi-idi», ancora oggi cantati nelle strade dal Cairo ad Alessandria.
La sua eredità più duratura, tuttavia, è legata alla scoperta di voci che avrebbero dominato la scena araba per decenni. Secondo gli ambienti musicali del Cairo, Shenouda fu il primo a credere in Mohamed Mounir, per il quale arrangiò l’album d’esordio «Bentweled» e il seminale «Shababeek», e in Amr Diab, ascoltato per caso durante una tournée a Port Said e lanciato con il disco «Ya Taree’». A loro, e a decine di altri interpreti come Nagat al-Saghira e Ali al-Haggar, consegnò melodie che mescolavano il fraseggio popolare con armonie occidentali, creando un paesaggio sonoro riconoscibile quanto le colonne sonore di film come «Al-Harrif» e «Shams al-Zanati», dove il suo tocco moderno ridefinì il rapporto tra musica e immagine.
La notizia della morte, diffusa dal critico Mustafa Hamdi e confermata dal manager Samih Abdel Hamid, ha generato un’ondata di cordoglio che ha unito istituzioni e pubblico. Il sindacato dei musicisti egiziani lo ha definito «un pioniere della musica moderna dalla firma indelebile», mentre Amr Diab ha pubblicato una foto in cui bacia la fronte del maestro, ringraziandolo per aver «plasmato la coscienza di intere generazioni». In Brasile, quasi in simultanea, la Fundação Gregório de Mattos annunciava la scomparsa di João Sanches, drammaturgo e regista di Salvador, Bahia, spentosi a 47 anni. Autore di «Boca a Boca – Um Solo para Gregório» e vincitore di tre premi Braskem, Sanches era considerato dalla critica baiana un riferimento per l’innovazione scenica e la formazione di nuovi attori.
Due perdite lontane, eppure accomunate da un paradosso: Shenouda, l’uomo che aveva modernizzato la canzone araba, lascia il mondo mentre una sua melodia – «Zahma ya dunya» – continua a risuonare nei vicoli e negli smartphone, testimone di un caos vitale che non si ferma. A Salvador, il sorriso luminoso di Sanches, ricordato dall’ex presidente della Funarte Maria Marighella, resta sospeso come un gesto interrotto, un’opera che attendeva ancora di essere compiuta.
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