
L’ultimatum di Trump a Teheran: accordo o attacco alle infrastrutture
Dopo il fallimento dei colloqui indiretti e i funerali di Khamenei, Washington minaccia di colpire ponti e centrali elettriche, mentre l’Iran risponde con sfida e avverte l’Occidente.
Il presidente statunitense Donald Trump ha rilanciato lunedì la minaccia di un’azione militare contro l’Iran, dichiarando che Washington «concluderà il lavoro» se non sarà raggiunto un accordo. L’ultimatum, pronunciato nello Studio Ovale, giunge dopo la conclusione senza progressi visibili dei colloqui indiretti di Doha e mentre Teheran è ancora immersa nelle cerimonie funebri per la Guida suprema Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio nei raid congiunti americano-israeliani che hanno innescato il conflitto. Il cessate il fuoco di sessanta giorni, mediato dal Qatar, aveva l’obiettivo di creare spazio diplomatico, ma le trattative tecniche della scorsa settimana si sono arenate su questioni che entrambe le parti consideravano già risolte, come il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz e lo sblocco di fondi iraniani.
Secondo fonti dell’amministrazione statunitense, la preferenza resta per un’intesa negoziata, ma Trump ha elencato con precisione la capacità di distruggere ponti e impianti energetici «in una piccola parte di un pomeriggio», sottolineando che l’obiettivo non è un cambio di regime bensì impedire a Teheran di dotarsi di un arsenale nucleare. Washington punterebbe a ottenere il cosiddetto «materiale arricchito, polvere nucleare», segno che il dossier atomico rimane il cuore della pressione americana. Da Teheran, il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale ha bollato le minacce come «deliranti», avvertendo che gli iraniani «non conoscono il linguaggio delle minacce» e risponderanno «in un’altra lingua» se non trattati con rispetto. L’ambasciata iraniana in Armenia ha attaccato gli Stati Uniti accusandoli di non possedere «né civiltà, né storia, né onore», mentre le imponenti folle ai funerali di Khamenei sono state lette, nell’ottica di Teheran, come dimostrazione di coesione e determinazione a plasmare il futuro del Paese.
Per l’Italia e l’Europa, un’escalation militare nel Golfo rappresenterebbe una minaccia diretta alla sicurezza energetica e alla libertà di navigazione nel Mediterraneo allargato, già provata dalla crisi. Analisti di Bruxelles osservano che il fragile cessate il fuoco rischia di sgretolarsi se le prossime tornate negoziali non produrranno passi concreti sul nucleare e sulle garanzie economiche richieste da Teheran. La finestra diplomatica di sessanta giorni, concepita per rilanciare il dialogo sulla denuclearizzazione, appare sempre più stretta, mentre le dichiarazioni confliggenti sul memorandum d’intesa firmato il mese scorso alimentano la sfiducia reciproca.
I colloqui tecnici di Doha, sospesi per le esequie di Stato, dovrebbero riprendere dopo la conclusione delle cerimonie prevista per giovedì. Fonti diplomatiche nella capitale qatariota indicano che i negoziatori torneranno a discutere i due punti rimasti sul tavolo – la regolamentazione del traffico navale e lo sblocco delle risorse finanziarie iraniane – nella speranza di trasformare la tregua temporanea in un’intesa duratura. Fino ad allora, il dossier resta in bilico tra la minaccia militare americana e la sfida politica iraniana, con l’Europa spettatrice interessata ma priva di leve dirette sul processo.
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Washington impone una scelta netta a Teheran: accordo o azione militare decisiva.
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