
Balogun e l’ombra di Trump: la sospensione revocata che ha scosso il Mondiale
L’attaccante statunitense ammette che l’intervento presidenziale ha generato nervosismo e pressioni, contribuendo all’eliminazione per 4-1 contro il Belgio.
L’avventura degli Stati Uniti nel Mondiale casalingo si è infranta con un netto 4-1 contro il Belgio, ma la cronaca sportiva è stata inghiottita da una vicenda senza precedenti: la revoca della squalifica di Folarin Balogun dopo una telefonata del presidente Donald Trump al numero uno della FIFA, Gianni Infantino. Il centravanti del Monaco, espulso per un fallo su Tarik Muharemovic nella vittoria per 2-0 contro la Bosnia-Erzegovina, è sceso in campo da titolare, ma la sua prestazione è rimasta ai margini di una partita dominata dai Diavoli Rossi.
L’episodio incriminato era avvenuto al termine di un contrasto giudicato involontario dallo stesso Balogun, che ha sempre sostenuto: «Quando un gesto non è intenzionale, non dovrebbe mai essere cartellino rosso». L’arbitro brasiliano Raphael Claus, dopo revisione al VAR, aveva invece estratto il rosso diretto. La commissione disciplinare della FIFA, a sorpresa e a poche ore dal match, ha commutato la squalifica in una sospensione condizionale con un anno di prova, scatenando reazioni durissime. Da Bruxelles e dagli ambienti UEFA la decisione è stata bollata come «incomprensibile e ingiustificabile», mentre negli Stati Uniti lo stesso Trump rivendicava l’iniziativa: «Ho chiesto una revisione, non era fallo».
In un’intervista alla CBS, Balogun ha ricostruito il clima di quei giorni: «La mia reazione iniziale è stata di felicità, ma poi ho capito che avrebbe causato molte polemiche. Vedevo nervosismo nei miei compagni, era una situazione unica». La notizia del reintegro è arrivata sull’autobus della squadra, tra grida di gioia, ma il rumore esterno è diventato assordante. «Più ci avvicinavamo alla partita, più cercavo di concentrarmi, ma era difficile ignorare tutto quel chiasso», ha confessato. Andrew Giuliani, a capo della task force della Casa Bianca per il Mondiale, ha ammesso che lo scandalo «potrebbe aver distratto i giocatori».
Sul terreno di gioco, la pressione si è tradotta in una prestazione fragile. Il Belgio ha segnato quattro reti, Balogun è stato sostituito al 92’ senza lasciare traccia, e gli Stati Uniti sono usciti tra i fischi di un pubblico che sognava ben altro percorso. La vicenda ha riacceso il dibattito sull’ingerenza politica nello sport: se per l’amministrazione Trump si è trattato di garantire equità, per le federazioni europee si è configurata una pericolosa eccezione alle regole disciplinari.
L’eliminazione dei padroni di casa ha chiuso anzitempo il capitolo americano, mentre il Belgio sarebbe poi caduto nei quarti contro la Spagna. Resta l’eco di una decisione che, al di là delle intenzioni, ha finito per caricare di tensioni extra-calcistiche una squadra già sotto i riflettori, consegnando alla storia del torneo un episodio destinato a pesare sul futuro della governance FIFA.
| Stampa latinoamericana | −0.70 | critical |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | −0.50 | critical |
Trump ha interferito personalmente, Balogun ne subisce le conseguenze, la squadra è stata destabilizzata.
La chiamata diretta di Trump a Infantino viene evidenziata come prova di abuso di potere, trasformando una decisione sportiva in un atto politico.
Non approfondisce il contesto istituzionale delle procedure FIFA, concentrandosi invece sull'impatto emotivo sulla squadra.
La FIFA cade in uno scandalo, Balogun riconosce il peso sulla squadra.
La vicenda viene presentata come una violazione delle procedure sportive, mettendo in dubbio l'integrità della FIFA evidenziando l'intervento inusuale.
Non menziona che Trump ha ammesso pubblicamente di aver chiamato Infantino, attenuando la responsabilità diretta.
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