
L’occupazione sale, i salari no: il paradosso globale del lavoro che non basta
Dall’Italia al Libano, dalla Russia all’Argentina, i nuovi dati disegnano mercati del lavoro in ripresa quantitativa ma segnati da precarietà, perdita di potere d’acquisto e divari territoriali sempre più profondi.
Il tasso di occupazione italiano ha toccato nel primo trimestre del 2026 il 62,8%, un massimo storico che riduce la disoccupazione al 5%, ormai in linea con la media Ocse. Eppure, proprio il rapporto Employment Outlook dell’Organizzazione parigina consegna un’immagine più complessa: i salari reali restano inferiori del 6,1% rispetto ai livelli del 2021, il ritardo più pesante tra le grandi economie avanzate. La crescita dell’occupazione, trainata da costruzioni e turismo ma anche da settori a più alto valore aggiunto, non si è tradotta in un recupero del potere d’acquisto, frenato da un’inflazione che i rincari energetici hanno riportato a correre e da un calendario di rinnovi contrattuali ancora troppo rado.
Il paradosso italiano – più posti di lavoro, ma salari al palo – si inserisce in una dinamica globale che assume forme diverse a seconda delle latitudini. In Libano, un’indagine condotta dall’Organizzazione internazionale del lavoro a maggio 2026 su quasi 2.500 lavoratori del settore privato rivela che un terzo degli occupati prima della ripresa del conflitto ha perso il lavoro, con punte del 76,5% nella provincia di Nabatiyeh. Anche tra chi è rimasto impiegato, il reddito da lavoro è calato in media del 14,8%, mentre chi ha trovato una nuova occupazione guadagna il 30,7% in meno di prima, spesso in condizioni informali. La crisi libanese mostra come la distruzione di posti di lavoro colpisca in modo sproporzionato donne, giovani, persone con disabilità e rifugiati, allargando fratture sociali già profonde.
In Russia, la “corsa agli stipendi” che aveva caratterizzato il dopo-2022 sembra esaurirsi. Ad aprile i fotografi hanno registrato un aumento salariale del 60% su base annua, seguiti da traduttori e addetti di fondi pensione privati, ma gli analisti di Mosca avvertono che la spinta si sta esaurendo sotto il peso dell’aumento dei costi, della pressione fiscale e delle sanzioni occidentali. La frenata attesa per il 2026-2027, sia in termini nominali sia reali, segnala un mercato del lavoro in cui la domanda di competenze specifiche convive con un raffreddamento generale della capacità delle imprese di trasferire risorse ai dipendenti.
Dall’altra parte del mondo, la provincia argentina di Córdoba incarna la crisi della qualità del lavoro. Secondo un rapporto della consultora OTES, il 54,2% della forza lavoro provinciale – 456.000 persone – vive una condizione di vulnerabilità occupazionale, ma solo 74.000 sono disoccupate. Le altre 382.000 hanno un impiego, formale o informale, che non garantisce un reddito sufficiente. Il crollo dell’occupazione manifatturiera, con il sindacato metalmeccanico SMATA che dal 2015 ha perso oltre la metà degli iscritti, e la contrazione del commercio (-17,8% da novembre 2023) spiegano un malessere che spinge sempre più famiglie a cercare ore extra o a indebitarsi, mentre il tasso di attività tocca record storici.
Il quadro che emerge dai diversi continenti è quello di un mercato del lavoro globale in cui la quantità di posti non è più un indicatore sufficiente. L’Ocse stima per l’Italia una flessione dei salari reali dello 0,9% nel 2026 e un rimbalzo appena dello 0,2% nel 2027, mentre le clausole di non concorrenza, che già riguardano tra il 7 e il 18% dei dipendenti privati, rischiano di irrigidire ulteriormente la mobilità e la crescita retributiva. Il prossimo banco di prova saranno i rinnovi contrattuali nei settori a più alta intensità di lavoro, un passaggio da cui dipenderà la possibilità di trasformare la ripresa occupazionale in un miglioramento diffuso delle condizioni di vita.
| Stampa europea continentale | −0.60 | critical |
|---|---|---|
| Stampa arabo levante-Maghreb | −0.80 | critical |
| Stampa russa e CSI | +0.70 | aligned |
| Stampa latinoamericana | −0.60 | critical |
L'Italia denuncia il proprio divario salariale come il più grave tra le grandi economie Ocse, chiedendo interventi strutturali.
Il rapporto Ocse viene utilizzato come metro di paragone oggettivo per trasformare un dato nazionale in un'anomalia sistemica, spostando la responsabilità sulle politiche economiche.
Omette i casi di crescita salariale in Russia e la crisi occupazionale in Libano, che relativizzerebbero la specificità italiana.
Il Libano subisce una catastrofe occupazionale che richiede un intervento umanitario immediato.
I dati dell'ILO vengono presentati come una testimonianza diretta della sofferenza dei lavoratori, trasformando statistiche in un appello emotivo.
Omette i miglioramenti occupazionali in Italia e la crescita salariale in Russia, che attenuerebbero la percezione di crisi globale.
La Russia dimostra una crescita salariale rapida in settori chiave, confermando la solidità del mercato del lavoro.
Si selezionano i settori con i maggiori incrementi salariali per creare una narrazione di successo, ignorando la media generale.
Omette la stagnazione salariale in Italia e la crisi in Libano, che contraddirebbero l'immagine di un mercato del lavoro globalmente in salute.
Córdoba rivela una vulnerabilità occupazionale che supera di gran lunga la disoccupazione ufficiale, denunciando un mercato del lavoro precario.
Un dato locale viene elevato a indicatore nazionale, suggerendo che il problema è sistemico e non circoscritto.
Omette i record occupazionali in Italia e la crescita salariale in Russia, che mostrerebbero che non tutti i mercati del lavoro sono in crisi.
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