
L’intesa Israele-Libano nasce condizionata, con Teheran e Hezbollah già all’opposizione
L’accordo quadro firmato a Washington sotto egida americana subordina il ritiro israeliano allo smantellamento delle capacità militari di Hezbollah, mentre l’Iran rivendica il collegamento con il proprio negoziato parallelo.
La firma dell’accordo quadro tra Israele e Libano, avvenuta il 26 giugno a Washington con la regia degli Stati Uniti, introduce un meccanismo inedito: il ritiro progressivo delle forze israeliane dal sud del Paese non sarà scandito da un calendario, ma da condizioni di sicurezza verificate sul terreno. Secondo fonti israeliane, il documento – composto da quattordici articoli e da un allegato segreto tenuto riservato su richiesta di Beirut – riconosce a Israele libertà d’azione all’interno di una fascia cuscinetto definita “linea gialla” per fronteggiare minacce immediate, e subordina ogni ulteriore arretramento all’effettiva capacità dell’esercito libanese di assumere il controllo delle aree pilota e di procedere al disarmo delle milizie non statali.
La lettura dell’intesa divarica profondamente gli attori regionali. Per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e per il capo di stato maggiore Eyal Zamir, che l’ha definita “storica”, l’accordo cristallizza il riconoscimento libanese del diritto di Israele a mantenere una presenza di sicurezza finché persiste la minaccia di Hezbollah, e rappresenta un risultato politico ottenuto grazie alla pressione militare degli ultimi mesi. L’opposizione interna, con Yair Lapid, contesta invece l’assenza di contropartite tangibili e la mancata separazione tra il fronte libanese e quello iraniano. Dal lato libanese, fonti vicine alla presidenza descrivono l’intesa come un passo obbligato per restituire allo Stato la decisione su guerra e pace, mentre analisti libanesi e diplomatici occidentali sottolineano la fragilità dell’impianto: l’esecutivo di Beirut ha accettato condizioni che, secondo queste letture, rischiano di consolidare la libertà di manovra israeliana senza offrire garanzie temporali sul ripristino della piena sovranità territoriale.
L’Iran e Hezbollah si collocano su un fronte di opposizione netta. Teheran, attraverso il capo negoziatore Mohammad Qalibaf, ha fatto sapere al presidente del Parlamento libanese Nabih Berri che non riconoscerà alcuna intesa che non preveda il ritiro totale di Israele, e ha subordinato la tenuta del proprio memorandum d’intesa con Washington al rispetto della clausola prioritaria sul Libano. Hezbollah, da parte sua, ha denunciato l’accordo come una capitolazione, rilanciando la validità del cessate il fuoco del 2024 e accusando le autorità di Beirut di tradimento. La frattura interna si è tradotta in una nuova interruzione dei contatti tra la presidenza libanese e il partito sciita, mentre l’esercito libanese – che fonti militari descrivono alle prese con un compito operativo estremamente complesso – ha respinto come infondate le insinuazioni israeliane sulla presenza di elementi non fedeli all’istituzione.
Sullo sfondo, la diplomazia americana ha esercitato forti pressioni per chiudere l’intesa, con il segretario di Stato Marco Rubio che ha condotto otto colloqui con le leadership dei due Paesi, inquadrando l’accordo come una priorità dell’amministrazione Trump. Bruxelles e le capitali europee osservano con attenzione un meccanismo che, sebbene non configuri un trattato di pace, ridisegna gli equilibri di sicurezza nel Mediterraneo orientale, con possibili ricadute sulla stabilità dei flussi energetici e sulla presenza di Unifil. Il dossier resta aperto: la fase pilota, limitata a due aree concordate, sarà il banco di prova della tenuta dell’intesa, mentre fonti diplomatiche occidentali avvertono che un fallimento nell’implementazione potrebbe riaprire lo scenario di una terza campagna militare già nei prossimi mesi.
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