
Attacchi iraniani in Giordania: tre soldati USA uccisi, quasi cento feriti. Il Pentagono sotto accusa
Dopo giorni di silenzio, il Dipartimento della Difesa rivela che decine di militari sono rimasti feriti negli attacchi missilistici e di droni, mentre crescono le polemiche sulla trasparenza dei dati.
Tre soldati statunitensi sono stati uccisi e quasi cento feriti in una serie di attacchi missilistici e di droni iraniani contro la base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania, tra il 17 e il 20 luglio. Il Pentagono ha inizialmente taciuto l’entità delle perdite, per poi ammettere, attraverso il portavoce Sean Parnell, che dal 7 luglio «quasi cento membri del servizio hanno riportato un qualche grado di lesione». La maggior parte dei feriti, ha precisato, ha sofferto commozioni cerebrali lievi e il 96% è già rientrato in servizio. I corpi dei soldati Tyler James Feehan, Isabella Gonzales e Angel S. Rampersad sono stati identificati dopo che un missile balistico ha colpito gli alloggi prefabbricati dove dormivano, in quello che fonti della Difesa descrivono come il terzo impatto diretto sulla base in ventiquattr’ore.
La gestione delle informazioni ha scatenato un aspro scontro politico a Washington. L’amministrazione Trump, per voce del presidente, ha attribuito la falla nei sistemi di difesa alla presenza di «altri operatori» non meglio precisati, mentre il segretario di Stato Marco Rubio ha parlato di un missile «filtrato» attraverso le difese. Il Pentagono ha respinto come «infondate e malevole» le accuse di insabbiamento, ma il database ufficiale delle vittime (DCAS) non è stato aggiornato tempestivamente, mostrando ancora zero feriti in azione per il mese di luglio. Secondo fonti dell’intelligence statunitense, il ritardo rifletterebbe una «inettitudine ufficiale» funzionale agli interessi dell’amministrazione, che cerca di minimizzare l’impatto politico di una guerra sempre più impopolare.
Dal punto di vista militare, gli attacchi rivelano un’evoluzione significativa delle tattiche iraniane. Analisti della regione, tra cui l’ex vicecapo di stato maggiore giordano Qasid Mahmoud, spiegano che Teheran utilizza combinazioni di missili semplici per saturare i radar e missili di precisione che modificano la traiettoria negli ultimi trenta-quaranta chilometri, rendendo l’intercettazione estremamente difficile. Questa tecnica, unita all’impiego di droni, avrebbe permesso di eludere i sistemi Patriot e C-RAM che proteggono le basi americane. Secondo fonti del Comando centrale USA, le difese hanno abbattuto «decine» di ordigni, ma alcuni sono riusciti a passare, colpendo anche installazioni in Bahrein, Kuwait e Siria. L’efficacia degli attacchi iraniani, che hanno danneggiato elicotteri e un radar, solleva interrogativi sulla vulnerabilità delle forze statunitensi dispiegate in Medio Oriente.
La crisi si inserisce in un conflitto più ampio, segnato dal fallimento dei cessate il fuoco di aprile e giugno e da una spirale di ritorsioni. Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, l’instabilità crescente nel Golfo rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza energetica e alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, da cui transita una quota significativa del petrolio e del gas naturale liquefatto destinati al continente. Fonti diplomatiche a Bruxelles avvertono che un’ulteriore escalation potrebbe innescare nuovi flussi migratori e colpire le economie già provate dalla crisi energetica. Al momento, gli Stati Uniti hanno risposto con undici notti consecutive di raid aerei sull’Iran, mentre il Pentagono promette di aggiornare i dati sulle perdite. Il Congresso, intanto, preme per un dibattito sulla strategia, e la prossima audizione del segretario alla Difesa Pete Hegseth davanti alla commissione Stanziamenti del Senato è attesa come un passaggio chiave per chiarire gli obiettivi e i costi umani dell’operazione.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.40 | critical |
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La Casa Bianca denuncia l'aggressione iraniana e promette ritorsioni, mentre il Pentagono ammette falle difensive.
Enfatizzando la vulnerabilità delle truppe e la necessità di una risposta forte, si crea una cornice di minaccia imminente che giustifica un'azione militare.
Il blocco omette la prospettiva iraniana sull'attacco, come le ragioni del colpo o qualsiasi giustificazione.
Mosca osserva con distacco le perdite americane, evidenziando le contraddizioni nei rapporti ufficiali.
Utilizzando i numeri e le discrepanze nei dati ufficiali, si mina la credibilità delle dichiarazioni statunitensi, suggerendo una gestione opaca del conflitto.
Il blocco omette qualsiasi menzione della responsabilità iraniana o del contesto dell'attacco, concentrandosi esclusivamente sulle perdite statunitensi e sull'insabbiamento.
New Delhi registra l'incidente come un fatto di cronaca internazionale, senza attribuire colpe.
Attraverso una narrazione asciutta e basata su fonti ufficiali, si evita qualsiasi interpretazione politica, mantenendo una posizione di osservatore.
Il blocco omette qualsiasi analisi del contesto geopolitico più ampio o delle implicazioni per la sicurezza regionale, concentrandosi solo sull'evento immediato.
Jakarta e Kuala Lumpur denunciano la mancanza di trasparenza del Pentagono, mettendo in dubbio la versione ufficiale.
Sottolineando le discrepanze tra i dati ufficiali e le fonti anonime, si costruisce un sospetto di insabbiamento, delegittimando le autorità statunitensi.
Il blocco omette qualsiasi menzione dell'attacco iraniano stesso o delle morti dei soldati statunitensi, concentrandosi invece sulla narrazione dell'insabbiamento.
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