
L’intesa Israele-Libano appesa al disarmo di Hezbollah
L’accordo quadro firmato a Washington subordina il ritiro israeliano alla smilitarizzazione del Partito di Dio, ma Beirut non ha la forza di imporla e il movimento sciita la respinge.
L’accordo quadro siglato a Washington il 26 giugno tra Israele e Libano, con la mediazione statunitense, fissa un percorso negoziale che condiziona il progressivo ripiegamento delle forze israeliane dal sud del Paese dei Cedri al disarmo verificato di Hezbollah e degli altri gruppi armati non statali. Il testo, firmato dagli ambasciatori dei due Stati e da un rappresentante del Dipartimento di Stato, prevede che l’esercito libanese assuma gradualmente il controllo del territorio a partire da due “zone pilota”, mentre un allegato di sicurezza ancora in fase di redazione dovrà definire meccanismi di verifica e coordinamento. Secondo fonti israeliane, il ritiro non è soggetto a un calendario prefissato: le Forze di difesa israeliane resteranno nella fascia di sicurezza profonda fino a dieci chilometri finché Hezbollah non sarà stato effettivamente smantellato.
La reazione degli attori libanesi ha messo in luce la frattura che attraversa il Paese. Il presidente Joseph Aoun e il primo ministro Nawaf Salam, espressione delle componenti cristiano-maronita e sunnita, hanno accolto l’intesa come un primo passo verso il ripristino della sovranità statuale e il monopolio della forza da parte delle forze armate. Di segno opposto la posizione del presidente del Parlamento Nabih Berri, leader del movimento sciita Amal e alleato di Hezbollah, che ha bollato l’accordo come «un’imposizione» e ha avvertito che «non sarà attuato nella sua forma attuale». Il segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, lo ha definito «nullo» e una «rinuncia alla sovranità», mentre il movimento ha rivendicato il diritto all’autodifesa dopo nuovi raid israeliani nel sud.
Analisti mediorientali e libanesi leggono nell’intesa il rischio di cristallizzare uno stallo anziché risolvere il conflitto. L’obbligo di disarmare Hezbollah ricade su uno Stato che, per architettura confessionale e rapporti di forza interni, non ha mai potuto imporsi sulla milizia filo-iraniana. Secondo l’analista Michael Young, l’accordo «mette tutto il peso sul Libano» e crea le condizioni per una presenza israeliana indefinita. Lo studioso Fawaz Gerges lo giudica «nato morto», osservando che la zona cuscinetto già consolidata da Israele rischia di ottenere legittimazione diplomatica. Da Bruxelles e da altre capitali europee si guarda con preoccupazione a uno scenario che potrebbe aggravare le tensioni settarie e innescare un conflitto civile, con ricadute dirette sulla stabilità del Mediterraneo orientale e sui flussi migratori verso l’Europa.
L’intesa si inserisce nel più ampio confronto tra Stati Uniti e Iran. Washington ha scelto di separare il dossier libanese dai negoziati diretti con Teheran, mentre la Repubblica islamica insiste per includere un cessate il fuoco in Libano nell’intesa bilaterale. Berri ha indicato proprio nel canale iraniano-americano l’unica via realistica per ottenere il ritiro israeliano. Sul terreno, intanto, le operazioni militari non si sono fermate: l’esercito israeliano ha colpito centri di comando di Hezbollah e distrutto un tunnel, mentre il movimento sciita accusa Israele di violare la tregua. I colloqui mediati dagli Stati Uniti riprenderanno martedì, con l’obiettivo immediato di definire l’allegato di sicurezza e avviare le prime zone pilota, ma la distanza tra il testo e la realtà dei rapporti di forza resta, secondo fonti israeliane, «enorme».
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L'accordo quadro è presentato come un nuovo inizio storico per il Libano, un'occasione per voltare pagina. Hezbollah è esortato a sedersi al tavolo delle trattative perché la pace è troppo importante per essere lasciata sfuggire. L'intesa prevede che l'esercito libanese prenda il controllo del sud e che lo Stato riaffermi la propria sovranità.
L'intesa viene bollata come una soluzione imposta che non farà altro che consolidare lo stallo. Subordinare il ritiro israeliano al disarmo di Hezbollah è una condizione irrealizzabile, che nessun governo libanese può imporre. Gli analisti parlano di una pace di carta che Israele userà come copertura per mantenere l'occupazione del sud.
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